Archivio mensile:febbraio 2013

Instabilità a 5 stelle

Un’idea è soltanto un’idea cantava Giorgio Gaber nel ritornello dell’omonima canzone, così dovrà aver pensato quell’ Italia che voleva cambiar pagina, far pulizia e trovare una nuova stabilità, al risveglio la mattina dopo lo spoglio, spaesata, senza un vero nocchiere e, ad eccezione di alcune prevedibili esclusioni, le solite facce di sempre.

I giornali hanno optato, in linea di massima, per una linea comune, i vincitori sono due: Grillo e l’instabilità, con molta probabilità l’una figlia dell’altro:

Libero opta per «Il Leone Silvio sbrana il giaguaro», per il Giornale è «Miracolo Berlusconi», per Il Messaggero «Ha vinto l’ingovernabilità» , «Voto choc non c’è maggioranza» titola il Corriere della Sera, telegrafica la Stampa «Grillo boom. Parlamento bloccato», simile il Fatto Quotidiano «Grillo Boom batte tutti», sulla medesima linea la Repubblica «Boom di Grillo. Italia ingovernabile».

«Lo Tsunami è arrivato» e «Il parlamento è stato aperto come una scatoletta di tonno» gli incipit più gettonati per sottolineare il dato eclatante, il vincitore in proporzione alle forze messe in campo e al budget a disposizione è sicuramente Beppe Grillo ed il suo Movimento 5 stelle, un successo che è andato ben oltre le più rosee previsioni che lo attestavano al 20%, più di un italiano su quattro lo ha votato e in un solo colpo spazza via il bipolarismo costruito in vent’anni, diventando il primo partito in Italia, almeno alla Camera.

Le previsioni e gli exit poll hanno sbagliato tutte le previsioni, gli italiani si sono rivelati un popolo di bluffatori, forse una delle conseguenze scatenate dalla recente mania del poker. Quella che doveva essere una vittoria certa, in attesa dei dati specifici si è rivelata l’ennesima vittoria di Pirro per il Pd, una doccia fredda che spenge di colpo tutti i facili entusiasmi che avevano animato questa campagna elettorale. Monti e la sua lista civica superano a fatica il 10% alla Camera, mentre al Senato si attestano al 9,1%, una debacle per il professore anche se lui si dichiara soddisfatto, Sel ben lontano da quel 4/5% dato per certo, Udc, Fli, Rivoluzione Civile e Fare per fermare il declino restano fuori dai giochi, mentre il Pdl si gongola in un risultato insperato per chi temeva di scomparire dall’arco e Berlusconi non perde tempo a sottolineare l’ennesima impresa personale.

Ad una situazione di stallo, già nota al paese, si aggiunge una notevole instabilità che allerta i mercati, facendo risalire lo spread a 293 punti e crollare l’euro a picco, data anche dalla fondata opinione che il M5S non accettando di governare con il Pd condannerà il Parlamento ad una situazione paludosa.

Alessandro Gilioli sul blog dell’Espresso “Piovono rane” ipotizza alcuni scenari:

1.Le dimissioni del capo dello stato per rendere possibile l’elezioni di un nuovo Presidente libero dai vincoli del semestre bianco;

2. Grande alleanza che va da Berlusconi a Bersani;

3. Una coalizione composta da Pd-Sel-M5S che si da tre mesi per mettersi d’accordo sulla nuova legge elettorale;

Grillo nel frattempo si gode la vittoria, snobbando i media tradizionali concede un’intervista solo alla trasmissione radiofonica della sua web-radio La Cosa: « Noi entriamo saremo 110 dentro e qualche milione fuori.(…) Chissà dove ci metteranno a sedere in Parlamento… Io spero uno di noi dietro ognuno di voi… Per controllarvi… E darvi qualche scalpellotto. »

Non sono tanto quei milioni fuori, bensì i 110 parlamentari e i 58 senatori che il M5S porterà in Parlamento, ad allarmare gli osservatori politici che si domandano come si comporterà la truppa dei grillini. Saranno una falange compatta agli ordini del capo o piuttosto uno scomposto esercito di guerriglia?

Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Oscar Giannino e il master fantasma

Oggi che la lista non ha superato la soglia per entrare in Parlamento, quanto ha pesato l’innocente balla del candidato?

«Giannino ha mentito. dichiarando di avere un Master alla mia università anche se non era vero. »

E’ passata solo una settimana da queste parole scritte da Luigi Zingales sul suo profilo Facebook Immaginenel quale comunicava la sua decisione di ritirare il proprio appoggio alla lista “Fare per fermare il declino”, dopo aver verificato l’inesistenza del millantato master alla Chicago Booth dell’ormai ex candidato premier Oscar Giannino.

Proprio Giannino mercoledì sera, ospite alle « Invasioni Barbariche », conferma la decisione di ritirare la propria candidatura per preservare la lista dallo scandalo relativo ai suoi falsi titoli di studio.

Spiega di aver mentito « per due motivi: all’inizio per una sorta di poverta’ rivendicata, perche’ provenivo da una famiglia con pochi mezzi; e poi per divertimento… Io dadaista, ricamavo ».

Ma perché Giannino non lo ha detto a chi lo voleva candidare evitando ciò che poteva essere un terribile autogol a pochissimi giorni dal voto?

Pensava forse di non essere scoperto?

Ciò che appare chiaro sin da subito in questa vicenda è il suo ruolo di carnefice di se stesso, vittima del meccanismo virtuoso che ha contribuito a mettere in moto ed è anche per questo che non mostra rancore verso Zingales.

Sui motivi che lo hanno spinto a mentire, si possono ipotizzare due spiegazioni:

1- In un periodo di professori laureati alla Bocconi con specializzazioni in prestigiosi atenei oltreoceano per l’autodidatta Giannino il millantato credito ha rappresentato una sorta di difesa personale, un innocuo gioco per evitare situazioni imbarazzanti.

In una materia come l’economia non c’è la possibilità per l’oratore di mostrare al suo interlocutore gli effetti concreti di ciò che sostiene, dati i tempi lunghi con i quali si mettono in moto i meccanismi economici.

Così molto spesso si ricorre ad un mero sfoggio dei titoli, di modo che siano quelli a parlare per noi, perché non vi sia dubbio sulla validità di ciò che viene detto.

Lo spiega molto bene Gad Lerner in un post del suo blog:

« Quei signori lì sono soggiogati dal dovere di essere laureati (e lui ha lasciato che si dicesse in giro di averne ben due, di lauree, una in economia e una in giurisprudenza), altrimenti in Confindustria ti guardano dall’alto in basso. Se poi ci aggiungi la ciliegina del master a Chicago, per giunta vantandotene in un’intervista recente, allora t’illudi di emanciparti dalla tua condizione minorata di provinciale. Talentuoso, ma pur sempre provinciale, al cospetto delle maestà di uno Zingales, di un Alesina, di un Giavazzi. Giannino dalle lauree aleatorie poteva incantare una Marcegaglia e financo sfottere un Montezemolo.»

2- Un’altra, molto più semplice, la fornisce Vittorio Feltri a Sky Tg24 ed è da ricercarsi più nella personalità dell’ex candidato Premier: “Mi dispiace per l’uomo Giannino, ha delle grandi qualità, ma purtroppo ha pure qualche difetto, come tutti. Per esempio, soffre un po’ di mitomania, che l’ha portato a farsi male da solo”.

Mentre la maggior parte dei sostenitori del movimento, e non solo, si interrogano sulle varie piste da seguire per risolvere l’enigma Giannino persi fra la mitomania, la necessità, la defezione dadaista e i complessi d’inferiorità del loro ex leader, Silvia Enrico ha preso le redini del movimento e rappresenterà “Fare per fermare il declino” sino al congresso di fine maggio.

Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag , , ,

Il voto. Un atto di fede.

Equazione PdSono nato il 29 Novembre del 1988 due anni dopo l’incidente di Cernobyl e un anno prima della caduta del muro di Berlino, l’anno del governo De Mita ed il pentapartito, della Fiat Tipo, del sequestro Casella, dello scandalo delle carceri d’oro e di Achille Occhetto segretario del P.c.i, l’anno in cui Massimo Ranieri vinceva il 38esimo Festival della Canzone italiana con “Perdere l’amore”.

La mia è una generazione che ha visto crollare un po’ di tutto.

Il crollo del muro di Berlino, il crollo della Prima Repubblica, il crollo dell’Italia nella finale di Usa 1994, il crollo della Gioiosa macchina da guerra, il crollo delle Twin Towers, il crollo della borsa e ancora mi rimane qualche dubbio se la vera natura della Bolognina fosse una “svolta”o piuttosto l’ennesimo crollo.

Ho votato, ho votato alle politiche, alle europee, alle regionali, alle amministrative e alle primarie. E continuerò a farlo, ma non chiedetemi il perché. Lo faccio, punto e basta, fosse anche solo per non avere rimpianti, per non dovermi attribuire la colpa di non averlo fatto.

Io c’ero il 14 Ottobre 2007 al Circo Massimo a Roma, mentre parlava Veltroni, ero in prima fila e ci credevo e da allora continuo a crederci, ma non chiedetemi il perché, per me il Pd è qualcosa di ancestrale ancora oscuro.

Votare Pd è come diventare tifoso della Spal perché lo era tuo padre, sai che un tempo eravamo forti, ma sai anche che le vittorie se le è godute tutte lui e che a te toccherà accontentarti di qualche salvezza in extremis.

Il 24 e il 25 febbraio andrò a votare.

Lo so già da tempo e sarà per l’abitudine, ma so anche per chi, ciò di cui ancora sono mancante è la motivazione, il perché lui, perché loro, perché noi? Siamo veramente migliori? Migliori di chi? Siamo un’Italia diversa da quale altra? Quindi ci sono due Italie, perché se fosse così allora basterebbe individuare quella marcia ed isolarla, ma se così facessimo ci potremmo ancora professare democratici? E se vinciamo che ne facciamo di quella Italia la schiavizziamo o la deportiamo?

Pieno di domande mi imbatto nell’ormai celebre “Appello al voto degli intellettuali”, così fiducioso comincio a leggere:

“Siamo alle ultime battute di una campagna elettorale confusa, rissosa, e da parte di taluni estremamente menzognera. Due scenari inquietanti si profilano come possibili dall’esito del voto: o un caos ingovernabile; o il ritorno al potere di uomini e di forze, che negli anni passati hanno già portato il Paese verso la catastrofe.
Per evitare tutto questo, l’unica strada è votare per la coalizione di centro-sinistra, assicurandole l’autosufficienza, che le consentirebbe di mettere in piedi un Governo stabile, autorevole, rispettabile a livello europeo, in grado di gestire al meglio politiche e alleanze.”

Confesso che ho provato la solita sensazione che provo quando leggo i tweet di Monti:” Spero proprio che non l’abbiano scritto loro.”

Ridurre ai minimi termini gli elementi di un quadro per ottenerne una visione più chiara può essere un buon modo per organizzare una cena, un piano per le vacanze, forse anche per risolvere qualche problema sentimentale, ma per una soluzione politica appare un’operazione ardita.

Dividere l’Italia in due è davvero utile? Hanno fatto tutto loro? E noi dove eravamo? Non è solo una visione semplicistica, ma ho paura che sia, in qualche misura, scorretta, oltre che scellerata.

Noi siamo i buoni, loro sono i cattivi, lo erano anche ieri e ieri l’altro, ma noi non abbiamo potuto far nulla, ma adesso tutto cambia. Perché? Su quali basi? E non mi rispondete le parlamentarie, perché sono state solo una grande prova, generale e orchestrata, del meccanismo, lontane da ciò che sarebbero dovute essere: un esercizio democratico/trasparente e partecipato.

Davvero vogliamo dire che noi siamo l’Italia giusta? E chi si arroga questo diritto, il fatto di avere meno inquisiti? Il fatto che MPS siamo riusciti a non farla segnare fra i nostri scandali o che nella Regione Lazio gli inquisiti sembrassero tutti assessori e consiglieri del centrodestra? O perché Penati non ha fatto poi così tanto rumore? E gli altri elettori chi sono invece? Dei pazzi masochisti, dei folli accecati dal bagliore delle paillettes televisive? L’Italia sbagliata?

Questa cosa di selezionare quella che è l’Italia migliore, l’idea di circoscrivere un territorio e dire qui ci sta chi la pensa come me, che guarda caso è sempre chi la pensa giusta, è un atto che tutto rappresenta fuor che la democrazia.

Cambiare sì, ma il sistema, in modo che si possa autotutelare, che possa salvaguardare il prestigio delle istituzioni al di fuori dei suoi interpreti momentanei.

Il 24 e il 25 febbraio andrò a votare e voterò per il Partito Democratico, non lo farò a naso turato, ma più come un atto di fede, di speranza.

Perché da quando è nato quel 14 Ottobre 2007 al circo Massimo a Roma ha mancato tutti gli appuntamenti che aveva, in maniera clamorosa, dal lavoro( Fiat, passando per il Sulcis), le energie rinnovabili fino ad arrivare alla difesa dei diritti civili.

Ecco perché il mio voto perde di ogni significato laico ed assume una nuova e inquietante forma mistica, una professione di voto per cercare soprattutto di rafforzare in me non tanto la convinzione che andando a votare cambierà qualcosa, quanto il fatto che chi andrò a votare cambierà qualcosa.

 Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag , , , , , ,

Il Re del trash

L'Amaca

di Michele Serra

Contrassegnato da tag , ,

“Always on my mind”, Elvis Presley, 1972.

“Ci sono stati molti ragazzi in gamba, molti pretendenti, ma c’è stato un solo re.”

(Bruce Springsteen)

“Prima di Elvis non c’era nulla! ”

(John Lennon)

Immagine

In un tempo in cui le pubblicità defraudano l’umanità del proprio patrimonio sentimentale comprando a suon di milioni le più belle canzoni del secolo, è necessario rendere giustizia ad alcuni pezzi svuotati di tutto il bello, tagliati, montati e remixati per essere piegati alle esigenze del marketing.

“Always on my mind” è comparsa per la prima volta sul lato B di un 45 giri edito nel 1972 cantata da Elvis Presley. In realtà la canzone la scrissero in tre: Mark James, Wayne Carson e Johnny Christopher ispirati da una telefonata fra lo stesso Carson e la moglie, solo successivamente arrivò nelle mani di Elvis, riuscendo ad oltrepassare il muro della Memphis Mafia grazie all’intermediazione di Red West, una delle guardie del corpo del Re del rock.

Non fu nemmeno il primo ad interpretarla, Brenda Lee lo fece prima di lui con scarso successo, il fatto è che nella sua versione il pezzo diventa un successo in brevissimo tempo.

Le ragioni sono molte, tra le quali il talento dell’interprete gioca un ruolo fondamentale, ma c’è ne una, in particolare, a cui mi piace credere: la storia vorrebbe che il testo e l’arrangiamento arrivarono ad Elvis nell’Estate del 1973 a pochi mesi dalla separazione con Priscilla, in un momento di forte depressione.

Elvis fu talmente colpito dal “tempismo” della canzone che la fece immediatamente sua, ma c’è di più questa canzone è famosa anche per un altro episodio.

Dopo il divorzio, nell’Ottobre del 1973, Priscilla andò a vedere un concerto di Elvis a Las Vegas e qui si racconta che lui, restio a dedicare canzoni, fece un raro strappo alla regola, dedicandole proprio “Always on my mind”.

La canzone possiede il fascino tragico proprio dell’irrimediabile, ma il messaggio già così carico di significati, diffuso dalla voce di Elvis riesce ad arricchirsi ancora di un senso nuovo, trova una nuova declinazione, ben più scura di quella con la quale era stata concepita.

Il testo nasce, come già detto, da una telefonata fra marito e moglie, una relazione stabile e ancora viva, in origine quell’ always on my mind aveva un significato positivo, una cosa molto simile al siamo lontani, ma tu sei sempre con me, nella mia mente.

Un uomo che essendosi reso conto, un attimo prima di compiere l’irrimediabile, di aver sbagliato, chiede una seconda possibilità e sembra quasi sicuro di ottenerla.

Di tutta questa positività nella versione di Presley non v’è traccia, Priscilla entra in gioco subito, Las Vegas insegna, e tutto assume immediatamente una tonalità più scura, la speranza si dissolve e frasi come I’m so happy that you’re mine o I just never took the time suonano più come parte di una vana opera di autoconvincimento o un’amara presa di coscienza che una salvifica riscoperta.

Penso a questa canzone e vedo tre radioline accese: una è quella di Carson, una di sua moglie e l’altra è quella di Priscilla Presley.

Chissà se Carson non si sia pentito della piega tragica che ha preso la sua canzone o se magari risentendola in macchina, non gli sia balenata in testa il rimorso di non averla mai potuta cantare lui a sua moglie o è semplicemente felice per tutti i soldi che ha fatto.

Chissà se alla moglie di Carson non sia scocciato che alla fine dei giochi la dedica della canzone sia universalmente attribuita a Priscilla o che suo marito non le abbia mai dedicato un’interpretazione come quella o è semplicemente felice per tutti i soldi che il marito ha fatto.

Chissà se a Priscilla è capitata di risentirla, chissà dove l’ha portata la musica in quel momento, magari a quella sera a Las Vegas, a quelle labbra strette che le sussurravano dal palco “ Questa è per te baby” o magari alla moglie di Carson o se più semplicemente l’ha resa felice.

Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag , ,

“Libro di candele 267 vite in due o tre pose” di E. Baroncelli

Quando nel 2008 uscì la sua seconda fatica letteraria Libro di candele 267 vite in due o tre pose la biografia di Eugenio Baroncelli, ravennate classe  ’44, era sconosciuta ai più.

Oggi, a quasi cinque anni di distanza e un premio Mondello, quella prima raccolta di biografie diventa la pietra miliare di un progetto ben più ampio di cui l’autore si sta facendo carico, come testimonia l’uscita dei due libri: Mosche d’inverno 271 morti in due o tre prose del 2010 e Falene 237 vite quasi perfette uscito nel 2012.

ImmagineIl lavoro di ricerca intellettuale che Baroncelli ha compiuto è degno degli “illuminati” enciclopedisti francesi, che si proponevano di racchiudere tutto il sapere, accumulato dall’umanità prima di loro, in 35 volumi.

Eugenio Baroncelli non si spinge a tanto, ma mosso dalla voglia di vivere la vita di altri o semplicemente di raccontarla, ha redatto 267 biografie, «alcune brevi, altre brevissime», divise in sedici sezioni, somiglianti ad un vasto catalogo tascabile dell’umanità.

Si spazia dagli “Amanti” a “Exitus” passando per gli “Incurabili”, si trovano insieme Seneca, il filosofo, e Linda Lunari, un’anonima habituée degli aeroporti, da Eugenio Montale a Evaristo Suarez, il baro, trova posto persino la biografia del padre di Eugenio, Mario Baroncelli, fra i “Fantasmi” in buona compagnia fra un gruppo di anonimi orafi aztechi e Giovanni XXIII.

Con la sua bravura nell’ammaliare il lettore, farlo sentire vicino al vissuto dei personaggi di cui racconta, siano questi protagonisti di una vita epica e avventurosa, grandi intellettuale, piazzisti, fumatori incalliti o illusionisti, riesce a non far rimpiangere tutto il non detto, eliso per questione di spazio.

Questo libro ricorda una fotografia più famosa del titolo che porta, «Bacio davanti all’Hotel de Ville» opera di Robert Doisneau, fotografo di Gentilly, per due motivi: il primo è la sua immediatezza, il ragazzo e la ragazza, in bianco e nero, in una Parigi in movimento, il loro bacio sospeso fuori dal tempo non ha bisogno di spiegazioni, diventano immediatamente il centro naturale della scena e questo ci porta al secondo motivo, le foto di Doisneau come le biografie di Baroncelli sono frutto di un lungo e metodico lavoro di ricerca.

Con la pazienza e il dispotismo che caratterizzano il fotografo, l’autore cesella le vite dei personaggi per sceglierne i tratti salienti e coglierne gli elementi caratterizzanti, poi scatta due o tre pose, non di più, e ciò che rimane fuori dall’inquadratura non ha motivi per essere rimpianto.

Robert Doisneau rivelò che il camaleontismo, il saper scomparire nell’ambiente che lo ospitava, è stata la sua più grande fortuna, che solo trascorrendo lunghe giornate fermi nel luogo prescelto si poteva sperare di fermare un attimo di bellezza nel caos del quotidiano.Bacio davanti all'Hotel de Ville

Eugenio Baroncelli ci confida che la più grande paura del biografo è quella che a forza di ricostruire, indagare e raccontare la vita di altri, si possa smarrire la propria identità ed è forse un pò anche per questo che l’autore «Dimostra vera una legge malinconica: che non c’è scrittore più autobiografico del biografo.» (Luigi Leone Carbone)

Un libro che si approccia come si farebbe con una festa piena di sconosciuti: possiamo limitarci ad una lettura sommaria, accontentandoci di un nome e una stretta di mano o possiamo tuffarci, una biografia alla volta, cercando di dare un volto, una voce a quelle poche righe che non ci dicono niente altro che: «Tutte le vite hanno una storia, ma poche vengono scritte.» (P.O. Enquist)

Edoardo Romagnoli

Contrassegnato da tag , , , ,

Un commento a Politica e sentimenti: Pasolini, Marx e la “rivoluzione antropologica”.

Quando sbagli, invece di digitare nell’apposito spazio del computer digiti a caso, che succede?

Dove vanno i dati che hai immesso? Prima o poi il sistema si inceppa.
Bisogna lottare per l’inesistente, lavorare senza un fine, lasciare il tempo dietro di noi e concentrarsi sull’espressione.
Il programma, la lista d’ingiustizie subite e tutto il recriminabile, deve essere lasciato al passato.

Basta tenere a mente il popolo dei morti, tutta la memoria è li, la vera lista infinita d’ingiustizia è li.
La vita è la prima espressione, il solo possesso.
Il sistema capitalistico devia l’attenzione verso l’esterno per privarci dell’unica cosa esistente: noi stessi. Bisogna tornare al primario, al genere necessario.
Quali sono i bisogni? Potremmo aver bisogno di niente come di tutto: questa può essere un’incognita?
Dalle rivoluzioni di massa alla spesa al supermercato: collettività, bisogno di collettività quindi d’annebbiamento dell’io, è come sporcarsi per poterci vedere meglio nello specchio che altrimenti resterebbe abbagliato e noi finalmente ciechi.
Senza essenza si passa alla funzione o all’ammasso di materia?
I piani sono differenti, ma tutto dipende dallo spettatore dalla sua azione pro.
Rivoluzioni ce ne sono state molte: svolte storiche, deviazioni necessarie tutte poi ricondotte al fiume originario, bisogni astratti convertiti in bisogni concreti dalle istituzioni; chiamarle svolte politiche è più appropriato.
Ma la ribellione non è ancora accaduta.
Tornare neutri, senza colore, non rendersi pittoreschi; invece dare colore ad una nuca straniera, renderla visibile e lasciare al buio la nostra così da non porla nell’ottica a specchio delle somiglianze.
Dal nero si dirama la gamma degli altri.
Non esistono obiettivi comuni, qui sta la diversità che Marx non smette mai di sviluppare.
è come cadere da un padiglione bassissimo verso l’alto, un’ascesa dequalificante e le ore si perdono insieme alle voglie.
Cercare di cambiare l’intorno anche se sai che sarà sempre uguale, aveva ragione, il cane che prima ulula poi urla anni dopo ma sempre il cane, solo il cane, il cane solo davanti ai significati.
Marx e la magagna del lavoro come estrinsecazione delle capacità proprie di ogni uomo, lavoro complesso visto come semplice potenziato solo per chiudere il cerchio. Nessuno conosce le proprie capacità, è già complesso riconoscersi tutte le mattine nello specchio. Semplicemente ci troviamo. Marx doveva combattere contro la storia che ci ha resi schiavi. Potrebbe essere tutto così spontaneo, potrebbe non esserci questo circolo che ci stringe il collo.
Pulisco il lavello poi è di nuovo sporco, mi strucco ma resta sempre la traccia nera sotto gli occhi.
Questo è il giogo. Diventare catena o restare incatenata? La catena non scompare mai dalla frase.
Marx solo quantitativamente umano, le possibilità restano chiuse: la società non esiste, è un astratto che non può tornare concreto, il feticismo dipende da questo.
La merce è nulla, è già storia.

 

Valeria Montebello

Contrassegnato da tag ,