Archivio mensile:gennaio 2013

“Caduto fuori dal tempo” D. Grossman

“DONNA IN CIMA ALLA TORRE CAMPANARIA:

E’ triste che io abbia avuto ragione;e tu sei più saggio di me,hai osato mille volte di più-

alzati,

cammina, rassomiglia

a lui quanto un vivo

può rassomigliare

a un morto-senza morire. Concepiscilo,

e uccidi quasi

te stesso.

Sii

Come lui, ma solo fino

a che l’ombra del suo non essere

ricada

sull’ombra

del tuo

essere-

E laggiù, amore mio,

tra le ombre,

nell’aldilà,

tra figlio e padre,

troverai

riposo,

per lui

e anche per te.”

 

“E’ solo che il cuore mi si spezza, tesoro mio

al pensiero che io…

che abbia potuto…

trovare

per tutto questo

parole. “

(David Grossman, “Caduto fuori dal tempo”)

Quotidianamente, per fatica o per consolazione, preferiamo spendere qualche perla pescata dallo scrigno della saggezza popolare, piuttosto che iniziare una faticosa e non sempre possibile, ricerca cognitiva.

E questo non vale solo per il tempo, la fortuna o altri argomenti “leggeri”, questa strana forma di indolenza ci permette di relegare al “già detto” eventi fondanti della nostra esistenza.

La morte non è solo uno di questi, ma direi che, insieme al rapporto di coppia, è uno dei più trattati.

Adesso, qual è la forza della saggezza popolare? In una parola: semplificare, rendere fruibili, maneggevoli, eventi complessi, mischiando il sacro con il paganesimo della cultura popolare, fondamentalmente per rassicurarci, a volte con un certo cinismo, sul fatto che non dobbiamo intraprendere un percorso di conoscenza sul reale, che per alcuni “macroargomenti” possiamo affidarci ad altri, chi ci ha già preceduto.

Con la piccola eccezione che qui non stiamo parlando di conoscenze scientifiche.

C’è una frase in particolare che mi colpisce: “ L’unica cosa certa è la morte.”

E’ davvero così? Cosa conosciamo della morte?

Niente.

Non andiamo oltre il dato fenomenico, principalmente perché non siamo in possesso di un metodo di ricerca spendibile in materia.

E allora cosa conosciamo? Le sue contraddizioni:

–       La morte è tanto antipatica quanto necessaria;

–       La morte è tanto affascinante quanto terrificante;

Quindi, come spesso accade, questo adagio popolare in realtà è solo frutto di un tipo di conoscenza superficiale.

Ecco che, arrivati a questo punto, si evidenzia l’ennesima contraddizione, stavolta nostra: davvero deleghiamo al già detto, ad un bacino di “non sapere”, davvero non siamo in grado o non abbiamo la volontà necessaria per trovare parole nuove, parole nostre per onorare i nostri defunti?

Detta in altri termini: è un po’ come quelli che si abbonano ai servizi per ricevere sms preconfezionati con mielose frasi da film “moccianesco” nella speranza di conquistare una bella ragazza.

LA RICERCA DI DAVID GROSSMAN

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“Caduto fuori dal tempo” racconta la storia di un padre che, dopo aver perso un figlio, decide di andare a cercarlo, dove?

Laggiù, perché, come dice uno dei personaggi, “Se ci si va, un laggiù c’è.”

I personaggi sono tanti: un Duca, una levatrice, un ciabattino, un anziano insegnante, dei viandanti, lo scrittore delle cronache cittadine, sua moglie e un Centauro, tutti accomunati dalla prematura scomparsa di un figlio e dall’esser lo specchio dell’autore stesso, lo aiutano in qualche modo a condividere e, forse per questo, a lenire il dolore.

I personaggi li conosciamo solamente attraverso le loro parole, ce li possiamo immaginare solo grazie a ciò che dicono, i loro caratteri, la loro fisionomia sono solo abbozzati, non hanno lineamenti né volti, eccezion fatta per il Centauro di cui sappiamo due cose:

  1. La parte inferiore del suo corpo nel tempo è diventata una scrivania;
  2. Non riesce a capire qualcosa, finchè non la scrive;

E’ proprio da questo strano personaggio che ha inizio la ricerca del padre scrittore che decide di affrontare il dolore, per cercare nuove parole e liberarsi così dalla crudele banalità dei clichè che soffocano i sopravvissuti.

(Levatrice:“Bruciare! Bruciare queste parole! Bruciare queste frasi maledette”)

Nel leggere questo libro è inevitabile il ricordo del figlio di David Grossman, Uri, tragicamente scomparso il 12 Agosto del 2006, all’età di 20 anni.

Il lavoro di uno scrittore è scrivere e attraverso la scrittura indagare mondi diversi, esperienze possibili e immaginifiche per permetterci, in questo modo, di accostarci con sempre maggiore precisione alla conoscenza di ciò che siamo.

Grossman “cercando” il luogo dove si va a morire per trovare suo figlio, indaga la morte e lo fa per tutti noi.

Fare i conti con una mancanza, prova tangibile della resistenza a svanire che ancora oppone la morte.

Intraprendere questo viaggio per accettare la morte, per capire che se muore un figlio, ciò che non muore è la sua morte.

Lo sforzo è dei più grandi, trovare nuove parole, per non battere vecchi percorsi, per allargare la nostra visuale e non dogmatizzare le piccole certezze, avidamente accumulate fino a quel punto.

Cercare nuove parole non è un esercizio di stile, ma un qualcosa di necessario per sperare, anche solo, di intraprendere un viaggio come quello intrapreso dal protagonista del romanzo.

Per comunicare con qualcuno che è caduto, morto in battaglia, fuori dal tempo presente quello in cui sono condannati a vivere i sopravvissuti, sono necessarie nuove parole.

Per marcare ancora una volta la netta distinzione che segna il confine tra esposizione e condivisione, esaltando la frivolezza della prima e la necessità dell’altra.

Edoardo Romagnoli

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Max Bet

Indicazioni per l’uso: testo scritto a 4 mani. Ringrazio Matteo Monti per la prima parte.

Premessa: non vorrei ricevere critiche sul fatto che io mi stia soffermando così tanto sulla realtà “centro commerciale”. Mi è presa così.
Sarà che durante le feste queste mastodontiche costruzioni di cemento e contratti precari si riempiono come fossero dei formicai.
E io non ho un grande rapporto con le masse, la calca.
Sarà che, comunque, non può essere sottovalutata la portata socio-economica di quanto questi “muovano”: tempo, soldi, consumo, in generale.
Sarà che sono un pò nauseato e quindi ho bisogno di fermarmi, dopo tutto quel trambusto.
Di prendermi un pò di tempo.


Il TEMPO. E’ capitato, come affermavo in qualche estratto passato, di partecipare alla giostra, armarsi di pazienza (indispensabile per la ricerca del parcheggio e per evitare le smanie-da-ressa) e immergersi in quell’apnea fatta di persone, di contatto umano, di “intruppi” spalla a spalla, di attesa per pagare. Ovunque.

Ne sono uscito sempre e solo con una domanda in testa, una voce urlante e bramosa di capire: “come FATE a SPRECARE il vostro TEMPO in un posto così A-TEMPORALE?”.
Passi colui il quale si piega per dovere, per esigenza.
(Anche se poi, dovremmo aprire un capitolo un pò più “macro” e soffermarci sull’equivoco del concetto FAST.
I FAST food, ad esempio: inizialmente concepiti come una concessionaria di servizi rapidi per chi, come i lavoratori da “giacca e cravatta”, necessita-va di non sprecare il proprio tempo e consumare un qualcosa di snack – ergo confezionato – in pochi minuti.
Che poi, pur conservando la natura “snack” del proprio food, siano diventati dei luoghi simbolici di ritrovo, di “cose-da-fare-nel-TEMPO-libero”, rimane un qualcosa di difficilmente concepibile. Almeno per me.)
Ma quando la scelta diventa conscia e l’azione parte da premesse volontarie, non ci sto.

Padre di famiglia: tu che probabilmente fatichi al solo pensiero di abbandonare il divano, liso dalle tue natiche rese pigre dalla dura settimana lavorativa;
Madre di famiglia: tu che stai con l’elenco delle spese e gestisci questa uscita come neanche le più incallite matriarche dell’800 avrebbero fatto nei peggiori racconti a tinte dark di Dickens;
Figlio/a di famiglia: tu che credi stia andando al luna park e che i due di cui sopra stiano scegliendo volontariamente di torturarsi per un intero un pomeriggio, solo per comprarti delle cose, qualsiasi cosa…;
Nonno/a di famiglia: vabbè… a te non dico nulla;

Insomma, voi, MA COSA VI DICE IL CERVELLO?

E quando, per PERDERE tempo, per attendere l’orario di un film (che tanto, mai inizierà in modo puntuale) la soluzione proposta dal luogo è quella di andare a “tentare la fortuna” in una delle molteplici sale slot che si stanno diffondendo per Roma (al pari delle sale gioco degli anni ’80), bè… allora oltre che di tempo, si parla anche di economia.

I SOLDI – I centri commerciale sono umani. E come tali, tentano, propongono, invitano, impongono. E’ raro che si riesca a scampare al loro cinismo. Un caffè, un pacchetto di sigarette, un televisore da 72’’… Non ci si salva.
In qualsiasi modo, per qualsiasi cosa, sappiate che uscirà qualcosa dalle vostre tasche.
Se ci si piega, anche solo l’andarci prevede che tu spenda dei soldi. Che tu partecipi alla giostra, dandogli vita e linfa vitale.
Che, si sa, è costituita solo da monete, banconote e strisciate di carte dalla banda magnetica fumante e consumata.
Bene, quale miglior espediente se non quello di creare un immensa sala slot?
Geni. Del male. Malissimo.
I percorsi sono indicati sin dai parcheggi. Frecce enormi che ti fanno camminare, ti indirizzano verso un “mondo” (sui cartelli è indicata la frase geniale “VIENI A SCOPRIRE IL MONDO WINCITY”), ti guidano.
E come neanche voci più autorevoli sulla Bibbia tentavano di svelare un percorso imponendone l’assimilazione, queste frecce ti prendono con forza e ti ci portano di peso.
Il peso non è neanche così un problema, considerato che la strategia di marketing esperienziale dei gestori di questa sala (chiamarla sala è un eufemismo. Suggerirei ‘Distesa’) prevede un sostanziale alleggerimento delle tasche del(deI) malcapitato, a fine della corsa.
Non basta quanto brulicare di vita e di economia (in barba alla crisi e ai redditometri vari) avvenga appena 10 metri sotto il pavimento di questo magico contesto in stile ‘Las Vegas’: lì si è giustificati a sprecare. E lo si fa silenziosamente, con una coscienza imputridita che ti lascia la sensazione di aver comunque salvaguardato la dignità. Ovattati (drogati?).
Una tristezza mista ad illusione che non ti fa parlare, che ti concede un’oasi felice (?) rispetto al caos sottostante.
Un’esperienza mistica. Dura da masticare.

Pensare che noi eravamo andati solo per vedere un film, per cercare di assaporare una cosa che eravamo soliti fare qualche anno fa: cinemino con amico. Pop corn(se prendete le caramelle gommose mettete in preventivo una spesa media di 40€ per due persone) e commenti post-pellicola.
Eravamo in fila per il ritiro dei biglietti, prenotati su internet giusto per evitare di perdere tempo superfluo.

Film: ore 22.
Orario: ore 21.
Cartello sul desk del cinema: “MENTRE ASPETTI, VIENI A SCOPRIRE IL MONDO WINCITY”.
Un rapido scambio di sguardi. Poi la sentenza: “Annamo Edoà?

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04/01/2013

Porta di Roma: terzo piano – Sala Slot.

Milioni di anni di evoluzione per veder girare delle prugne.” (Maurizio Crozza)

Gioco d’azzardo. È il contrario del gioco, ed è assurdo che abbia lo stesso nome. Mentre il gioco è fondato sulla possibilità di maneggiare le proprie forze, il gioco d’azzardo è basato sul rifiuto di agire: in un caso c’è l’azione, nell’altro la passione.” (Valerio Magrelli)

Ad un primo colpo d’occhio la sala della Sisal non è che una larga scala.
Un aderente “red carpet” veste i gradini che portano all’ingresso.
Entro senza pensarci, mentre mi accorgo di quanto stona il fermacravatta sul collo del buttafuori all’entrata, sono già distratto dalle due hostess all’ingresso e dai loro foulard profumati, almeno all’apparenza.
Prendo un caffè al bar prima della sala da gioco, mi guardo intorno.
Al bancone non c’è nessuno, sono tutti dietro al vetro, tutti davanti alle macchinette, non riesco a capire se vincono o perdono, sembra che tutti pareggino.
L’aria è quella che si respira nelle hall degli alberghi, l’arredamento è impersonale e forse per questo mi trovo a mio agio da subito.
Ultimo sorso, mi avvio senza ringraziare verso l’ingresso luminoso della sala, con lo slancio di chi si lancia nel vuoto, di chi non vuole pensarci troppo per paura.
Il fumo di sigaretta mi accoglie misto ad un sapore di deodorante per ambiente alla lavanda, un sottobosco di jingle metallici si muove sopra il ronzio degli aspiratori.
Mi trovo a mio agio, mi sembra di esserci sempre stato in una sala come questa.

Queste macchinette non sono poi tanto diverse da quelle dei videogames nelle sale gioco della mia adolescenza e il locale pure, non devo imparare a starci perché è come se ci fossi sempre stato.
Non un suono umano, un sospiro, un grido di gioia, sembra che nessuno perda e nessuno vinca, sembra che tutto sia immobile, fino a quando qualcuno si alza, traslocando con sé il cappotto e il barattolo con le monete, per cambiare macchinetta secondo una cabala tutta personale.
In una migrazione tintinnante, unico squarcio rumoroso in quel silenzio laico, fatta eccezione per lo scroscio delle cascate di monete, indicatori, a cadenza irregolare, dell’entrata di un nuovo giocatore in sala, che sta cambiando delle banconote, più che di una vittoria.

Il rumore delle slot, almeno quelle vincenti: sì perché se la vittoria è fragorosamente rumorosa, la sconfitta è muta.

Affondo in una morbida poltrona di pelle rossa, scelgo uno dei giochi disponibili, infilo 10 € e comincio a crederci, ci credo, fortemente.
Vincerò, il tempo di raddoppiare questo decino ed esco, così almeno Coca e Pop-Corn me li sponsorizzerà la Sisal” – con questa lieve nota positiva schiaccio lo Start.
Le mie speranze cominciano a girare in un vortice dove si mischiano speranze, probabilità, prugne, ananas, limoni e ferri di cavallo.
Perdo, perdo, perdo ancora, non si allinea niente, poi quando sto per perdere tutto, vinco, timidamente vinco, prendo coraggio e vinco ancora.

“ Vuoi raddoppiare”: la macchina mi sfida, non penso a chi è il proprietario del coltello, a chi lo impugna e per quale delle parti lo fa, è così accetto, vanamente illuso d’essere l’unico padrone della mia fortuna.
Lo schermo cambia, le luci e il gioco rimangono le stesse, il meccanismo è semplice e forse questa è la trappola, la sottovalutazione.
Due file di otto carte parallele, la macchina ne scopre una alla volta, quella superiore.
Lo scopo è indovinare se la sua compagna, al di sotto, è maggiore o superiore.
Semplice, quanto infernale, me ne rendo conto troppo tardi.
– “JACK”.
– Inferiore. Raddoppio.
– “CINQUE
– Superiore. Raddoppio ancora, ma rimangono altre sei carte, comincio a capire l’inganno.
– “TRE”
– Superiore. Esce il 2. Perdo e stavolta non dimezzo, perdo tutto.

Stavolta è stata sfortuna, sono stato troppo ingordo, ma non smetto, raccolgo gli insegnamenti e gioco, di nuovo, confortato dal supporto dell’esperienza.
Stavolta la parabola che mi conduce alla perdita è scivolosa, secca, repentina e mentre sono con l’ultimo euro disponibile, raccolgo gli ultimi frammenti di speranza, quella di alzarmi almeno in pareggio, cambio il valore della puntata e premo Start.
Mi specchio sull’acciaio ondulato dei braccioli cromati mentre mi sistemo sulla sedia, quasi a prevedere il colpo.

Le sale da gioco sono come le discoteche, si basano sull’illusione e lo stordimento.
Nelle discoteche l’illusione, seppur possibile, è quella di acchiappare, in discoteca ci si va per rimorchiare e questo ci rende incapaci di pensare che in realtà stiamo pagando, magari anche salato, per essere marchiati e poter così entrare in un posto pieno di persone con le quali difficilmente potremo intrattenere una conversazione, dove paghi per bere, per lasciare il cappotto, alcune volte persino per andare in bagno.
Tutto questo si basa sull’illusione, quella del rimorchiare, e sullo stordimento, uno stordimento di vario tipo: acustico e luminoso, musica a palla e mille lucine stroboscopiche.
Così funziona una sala giochi, solo che stavolta l’illusione è quella di una vincita facile e lo stordimento è lo stesso, l’alienazione pure, anche se le luci e i suoni sono quelle delle slot, unico punto di luce e di rumore in sale generalmente semibuie.

Un’ultima cosa: i gradini che ti riportano con i piedi al piano terra sono nudi, spazzati dal freddo portato dal vento romano di Gennaio, eppure di un grigio che sembra eterno.
Perchè l’importante è di render invitante l’ingresso, non l’uscita, ma quando i due luoghi coincidono, può diventare un’opera ardita.

Volevamo solo vedere un film di cui avevamo letto il romanzo.

Che ci era piaciuto.
Ci hanno rubato 5 ore e 100€, in due. In 5 ore…cinema incluso, per fortuna.
Abbiamo buttato un pò di tempo. E un pò di soldi.
Come disse recentemente, uno più saggio di noi, in altri contesti: “Non vi fate infinocchiare da ‘sti qua…

Matteo Monti, Edoardo Romagnoli

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Santoro-Berlusconi. Cronaca di un’occasione mancata.

Giovedì 10 Gennaio 2012

BerlusconiSantoroGetty

Stasera potrebbe essere la serata storica. Stasera vuota il sacco. Stasera dice tutto: dove ha trovato i soldi, i suoi rapporti con Licio Gelli, la P2, la mafia, Mangano, Dell’Utri, le stragi di Capaci, via D’Amelio, con Craxi, Noemi Letizia, Ruby, Bossi, Tarantini, Cuffaro, le tangenti pagate, sui processi, su tutto.

Stasera racconta tutto.

Il compito non è semplice perché Berlusconi è tutto e il contrario del tutto, e diventa difficile incastrarlo, ma se non lo farò spontaneamente ci sarà Santoro che lo costringerà a sputare il rospo, la prima domanda, poi la seconda, la terza, non gli lascerà respiro, non si farà raccontare le solite storielle preconfezionate dagli avvocati che ci racconta sempre, ne sono sicuro, stasera è una serata storica.

In questo paese c’è sempre stato un fatto e mille versioni sulle possibili visioni del fatto stesso, stasera troveranno una soluzione.

Stasera fatti e interpretazioni troveranno un punto d’incontro.

Forse solo chi ha visto nascere, dalla Costituente, l’Andreotti politico, può capire l’onnipresenza politica di Silvio Berlusconi, ma neanche loro potranno capire la sua pervasività mediatica.

Ho sentito parlare di Berlusconi da sempre, è stato per me quello che è stata la Dc per mio padre o Craxi per mia sorella, un incubo con cui si doveva, volenti o nolenti, fare i conti.

Tra tutte le definizioni che ho letto e sentito sul personaggio Berlusconi e sul berlusconismo che ne deriva, due sono quelle che mi sono rimaste impresse, tutte e due di Giovanni Sartori:

“Per capire la figura di Silvio Berlusconi dovete pensare di mettere insieme, in un solo uomo la potenza mediatica di Murdoch, quella economica di Rockefeller e quella politica di Bush.”

(da Wide Angle)

“Berlusconi le azzecca. Perché le dice tutte, perciò a volte ci prende.“

(da Porta a Porta, 4 Dicembre 2007)

Poi mi assale un dubbio, ma la partita è già iniziata.

ANTEPRIMA SANTORIANA

Sorvolando sull’aneddoto, oscuro, della cacca di Hitler e delle preoccupazioni della mamma di quest’ultimo, il discorso di Santoro è stato più o meno questo:

Non sarà Granada, non sarò il matador di nessuna corrida, questa non sarà neppure Vienna col suo bon ton, questa sarà la piazza aperta e partecipata, costruita da 100.000 persone, pronta ad ospitare tutti anche Silvio Berlusconi perché questo è il paese del sole, questo è il paese del mare, questo è il paese dove tutte le parole sono dolci o amare, ma sono sempre parole d’amore.

Fumoso, ma promettente. Un duello, con regole chiare, che tende più a voler essere un confronto sulle idee.

SVOLGIMENTO

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Cerchiamo di riassumere in soldoni: la puntata inizia con un Berlusconi d’annata che, come spesso accade, sembra più vecchio di quello seduto in studio, la versione 2013.

Il filo conduttore è rappresentato dalle tasse, di tasse parla Berlusconi nel video del 1994, parlano gli intervistati nel servizio su Lumezzane, tasse e l’effetto che provocano in un momento di crisi.

Si torna in studio, dove Giulia Innocenzi prova un primo timido e ingenuo attacco, ricordando al Cavaliere la sua dichiarazione sui ristoranti sempre pieni del 4 Novembre 2011, in piena crisi economica.

RISPOSTA: Confermo tutto (e qui sta la vera novità) l’Italia in quel momento era un paese che stava bene. Tutta colpa della Deutsche Bank.

Prova a mettere il rinforzino Luisella Costamagna interrogandolo sui perchè di un fallimento politico, l’ultimo, seppur confortato inizialmente da una delle maggioranze più ampie di cui un Presidente del Consiglio ha potuto godere fino ad oggi.

RISPOSTA: Tutta colpa di alcuni alleati infedeli, Fini in primis. Questo paese è ingovernabile: bisogna cambiare la Costituzione.

Il tutto con Santoro che corregge il tiro lì dove si è deviato.

Berlusconi comincia a rispondere, sembra uno scolaretto ben preparato e come tutti gli scolari preparati vedendo che la maestra non li interrompe prende fiducia e sciorina una per una tutte le interpretazioni alternative di Silvio con sempre maggior sicurezza.

Pian piano esce fuori il piazzista, lo show man, persino un lato da professore di liceo quasi inedito, Santoro cerca rimedio, spara la prima delle perle e invoca l’appropinquarsi di Travaglio, con la faccia speranzosa di chi si gioca l’ultima carta prima della cavalleria.

Peccato che la perla sia un filmato di un Maroni scettico di fronte all’eventualità, prospettatagli da una giornalista, di vedere Berlusconi al Ministero dell’Economia.

Non solo una delle tante “bucce di banana” a cui era preparato, ma ci sembra anche, giornalisticamente, un po’ pochino.

Arriva l’ora di Travaglio il primo dei due interventi è sui complotti presunti di B. si va dal caso Ruby, all’intrigo internazionale messo in atto da forze plutocratiche per farlo dimettere, passando per le 42 olgettine mantenute con 2.500 euro al mese, ciliegina finale: Barbara Matera.

RISPOSTA: La Matera è iper preparata, si sta distinguendo al Parlamento Europeo per la sua dedizione al lavoro. La magistratura in questo paese si sa che è di sinistra e con questo si spiegano gli innumerevoli procedimenti a mio carico.

A seguire il Menu de la7 prevede: la testimonianza di una donna esponente della piccola media industria e la crisi di Mediaset raccontata attraverso i volti di alcuni lavoratori/trici in procinto di trasferirsi, per ordini aziendali, da Roma a Milano.

Si arriva alla seconda perla “opaca” di Santoro, Tremonti che, dalla solita sedia sulla quale è seduto B., afferma: “ La famosa lettera con le richieste della Bce è stata scritta a Roma.”

RISPOSTA: Non è vero. Noi eravamo al potere, andava tutto bene, la Bce e L’Europa facevano pressioni, abbiamo responsabilmente deciso di dimetterci pur avendo ancora i numeri per governare.

Travaglio parte seconda, stavolta si concentra sulle amicizie del Cavaliere, la banda di B. che parte da Dell’Utri a Mangano, passando per Lavitola, Tarantini e Previti finale a sorpresa con lettura integrale di tutte le dichiarazioni di B. a favore di Monti appena insediatosi.

RISPOSTA: Tutti possono sbagliare, su 100 carabinieri, preti o qualsiasi altra categorie è impossibile trovare 100 santi e comunque Dell’Utri è il più grande bibliofilo italiano, è un uomo onesto di cultura, ha pure tre figli.

Io sono quello che più di tutti ha combattuto la mafia in questo paese.

Far cadere il governo Monti sarebbe stato da irresponsabili, specialmente dopo che ci eravamo dimessi per renderlo possibile. Il problema è uno, Monti invece di continuare sul percorso da noi indicato, ha fatto di testa sua, facendoci piombare nella recessione.

LA LETTERA DI BONAIUTI A TRAVAGLIO

La risposta di Silvio è come la sua fama, divisa nettamente a metà, per una parte geniale per l’altra disastrosa.

Berlusconi si alza e prende il posto di Travaglio, per i primi minuti l’effetto è clamoroso, sta smontando pezzo per pezzo, con un’ironia degna del miglior imitatore di Zelig, il format di Travaglio col quale ogni settimana distrugge gran parte dei principali attori politici.

Poi però si perde e finisce col fare l’interprete di un brutto film dalla regia di un Bonaiuti che, sinceramente, pensavo fosse stato accantonato in qualche stanza di Palazzo Grazioli.

Santoro lo interrompe, cadendo nel tranello, sbotta, si arrabbia, prova a richiamarlo all’ordine: “Basta! Lei non sta rispettando le regole che ci siamo dati! Con le persone che hanno concordato per lei avevamo deciso di non entrare nel merito dei processi!”.

Una frase che suona malissimo, ricorda alla lontana Vespa e le trasmissioni su misura.

Onestamente parlando, non avrebbe potuto fare altrimenti, la trasmissione stava perdendo di mordente, i contenuti trasmessi erano poveri, era perciò inutile farlo finire.

Il problema è che l’immagine che passa al grande pubblico è quella di un Berlusconi interrotto e tacciato malamente proprio da quel totem della libertà d’espressione rappresentato da Santoro.

Silvio ne esce fuori vincente, una vittima vincente.

Santoro sembra stupito, disorientato, come un padrone morso dal suo cane o un amico tradito, mentre la parola “accordo” ancora risuona nell’aria Berlusconi ride con aria distesa, lui urla annaspando.

Mentre la Innocenzi e la Costamagna guardano il pavimento, come benedettine raccolte in preghiera, Silvio non resiste all’ennesimo “coupe de theatre” e così trovando Travaglio seduto su quella che era la sua sedia di pertinenza, dopo averlo fatto alzare, strofina sorridente con il suo fazzoletto la sedia prima di rimettersi a sedere.

Il pubblico si divide: c’è chi non resiste alle gag da Vacanze di Natale in stile Borghezio e ride e quelli che fischiano.

Lui risolve il tutto con il più limpido dei: “Non sapete neanche scherzare!”

Ultima carta, dopo Brunetta, Tremonti e Maroni, Santoro si gioca: la faccia sconvolta della Merkel al vertice Nato tenutosi a Strasburgo nel 2009.

In poche parole credibilità internazionale.

RISPOSTA: Santoro si è scavato la fossa con le sue mani. Si dà il caso che fossi al telefono con Erdogan, l’allora Presidente turco mio grande amico, per convincerlo a votare Rassmussen come segretario della Nato. Ho ricevuto un sentito applauso quando ho comunicato all’Assembea di esserci riuscito. Non ho più il telefono, mi impedisce di lavorare.

Santoro si rinsavisce e prova l’ebrezza della seconda domanda, insiste sulla credibilità internazionale: nessun altro leader mondiale potrebbe permettersi anche uno solo degli scandali che hanno coinvolto Silvio, in Francia, America o Regno Unito chi ha una condanna, anche in primo grado, va a casa perchè impresentabile.

RISPOSTA: Io non ho condanne, a meno che lei non giudichi la mia condanna in primo grado già definitiva. Lei Santoro è un giustizialista e dimentica che negli altri paese non c’è l’anomalia italiana rappresentata dalla magistratura politicizzata.

La palla finisce nelle mani dell’economista Gianni Dragoni, l’analisi è semplice: dal 1994 ad oggi Silvio Berlusconi ha guadagnato, secondo Forbes, 420.000 euro al giorno e le azioni di Mediaset crescono ogni volta che entra in politica.

Insomma un timido approccio all’insormontabile questione del conflitto di interessi.

La risposta è ancora più semplice.

RISPOSTA: I miei uomini hanno lavorato in questi anni, le mie azioni crescono seguendo gli andamenti medi della borsa, anzi a causa della politica ho dovuto chiudere la Standa, per i famosi BoBe (boicottiamo Berlusconi) messi in atto dalle cooperative rosse.

Abbiamo ancora il tempo di sentire le ultime lamentele di Santoro per quei dieci minuti persi per la letterina di Bonaiuti e Berlusconi che, ispirato dalla madre, decide le parole per il suo epitaffio: “ Era un uomo buono e giusto”.

A questo punto il clima è surreale, Silvio ha appena finito di affrontare la gabbia dei leoni e sembrava uscirne non solo indenne, ma anche divertito. Santoro ha l’aria di chi aveva del tempo per compiere una missione e a pochi minuti dalla scadenza si accorge di aver fallito irrimediabilmente.

Le vignette di un Vauro scatenato, che confortato dalla puntata monotematica può lasciarsi andare libero in una monografia su Silvio, chiudono il sipario.

Una monografia che, a dir la verità, aveva mancato per pochi disegni negli appuntamenti precedenti.

Non faccio in tempo a prendere in mano il telecomando per spengere che, neppure inquadrato, mi regala l’ultima perla: “Mi raccomando non vi lascerete mica infinocchiare da questi qua!? ”

BREVI CONSIDERAZIONI

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Coloro che pensavano di vedere la deposizione spontanea di Berlusconi erano degli illusi in partenza, ma comprendo chi è stato deluso da un Santoro che ha deposto le armi da subito.

Quello che appare chiaro fin da subito è che Santoro ha stipulato un incosciente patto col diavolo, di cui ci mette subito al corrente: lasciamo da parte le domande indiscrete.

Un po’ per l’Auditel, un po’ per sfruttare questa occasione più unica che rara, lasciamo perdere le domande di sempre, quelle a cui non ha mai risposto, semplicemente perché non sarà certo qui e ora che risponderà, portiamo la discussione sull’oggi, però ho delle chicche che cercherò di usare nella maniera migliore. Chicche che si sono rivelate più che digeribili per il 4 volte Premier.

I termini dell’accordo sembrano chiari, non tiriamo fuori gli scheletri dall’armadio, si parla solo dei temi dell’oggi, dimentichi di tutto un intero “ieri”, niente colpi bassi o mi alzo e me ne vado.

Se si alzava era una sconfitta sia per lui che per la redazione, con una bilancia che pende a favore del Cavaliere perché a perderci sono principalmente i secondi, il pubblico avrebbe dimenticato ben presto l’ennesima uscita anticipata da un’arena televisiva, lo ha fatto per molto peggio.

Invece non si è alzato, anzi ha toccato uno dei momenti più alti quando si è lasciato andare in un invito appassionato ad abbandonare lo studio proprio verso Santoro, sempre più furente per la letterina di Bonaiuti.

Gli uomini di potere non hanno visioni differenti sul mondo, hanno semplicemente cose che si possono dire solo se hanno una loro versione adatta al grande pubblico e cose che, molto più semplicemente, non si possono dire, né davanti ad un giudice nè, tanto meno, davanti ad un giornalista, il tutto complicato dalla variabile Italia, un’anomalia sistemica più unica che rara.

Ecco perchè Andreotti non lo si può intervistare con la pretesa di sapere versioni differenti da quelle che si possono raccontare, con la pretesa della verità, come non si può intervistare Berlusconi sperando che dica ciò che non ha detto ad Ingroia in sede processuale.

E allora ci si deve accontentare del verosimile o rinunciare alle domande?

No, non è la qualità delle risposte o la loro assenza che determina la qualità delle domande.

Berlusconi non è incastrabile neanche con un giornalismo anglosassone all’ultimo grido in fatto di “fact checking”, perché lui non gioca con le regole della democrazia, lui gioca con le sue regole, il format che si è creato gli permette di essere se stesso, anzi più si comporta da Berlusconi più viene votato dai suoi.

E’ lui il primo a credersi, il primo che si deve convincere di ciò che dice.

Ecco perché è insensato:

A-    Farci un patto con il rischio di trasformare la “piazza” in un palco;

B-    Evitare le domande scomode in cambio di cosa?

Della solita storielle che ha raccontato anche dalla D’Urso?

Di uno scongiurato calo dello share in una sua eventuale uscita di scena?

Berlusconi è un satrapo 76enne con un patrimonio di quasi 6 miliardi di euro che gli permettono di non dubitare mai d’esser lui quello in torto, proprio per aver travalicato ogni limite, ma soprattutto non essendo ancora stato condannato definitivamente nella sua testa non c’è nessun motivo che lo spinge alla resa, al rimorso né, tantomeno, alla vergogna.

Il giornalismo ha un duplice compito: il primo è quello di trovare i fatti, le notizie

il secondo è quello di collegare i fatti fra di loro per creare un quadro omogeneo da trasmettere al pubblico.

L’obiettivo è quello di elevare il grado di conoscenza dei fatti in mano al pubblico e, così facendo, affinare il suo giudizio critico, per far sì che, chiamato a scegliere non solo in ambito politico, prevalga la ragione ad una adesione passionale cieca e distorta.

La lezione di stasera è che tutto questo sarà possibile solo quando Berlusconi e i suoi effetti saranno superati dal tempo!

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Amsterdam, 2012. Parte 2: Red Light District.

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Camminavamo per il “die Wallen” con una montura da talebani, un po’ per il freddo un po’ per un immaturo senso del pudore.

Erano circa le 5 del pomeriggio e dibattevamo sulle probabilità di vedere qualche libera professionista già all’opera in quell’orario da thè, quando nel girarmi, seguendo un movimento naturale del collo, i miei occhi finirono su due tette siliconate nascoste da un reggiseno di qualche taglia più piccolo.

Restammo basiti, lo shock fu così fulmineo e inaspettato che la battezzammo immediatamente “Misshocki”.

Scoprii ben presto due cose, non sulla città, su di me:

1. Sono un bigotto;

2. La goliardia mi ha permesso di superare, almeno in parte, il punto1;

1. Amsterdam mi ha fatto scoprire un bigottismo ancora più acuto di quello che credevo di avere, con qualche eccesso da timorato di Dio.

Pensavo che il mio essere ateo-mai battezzato, mi potesse fungere da vaccino, ma neanche il peccato originale di cui sono ancora macchiato mi ha permesso di vivere serenamente il quartiere più trasgressivo della città.

Mi ci vollero un paio di giorni per adattarmi a tutta quella figa sotto vetro, passavo veloce davanti alle vetrine, percorrendo quei viottoli col cappuccio in testa, il volto travisato da uno scalda collo nero tirato su fin sopra il mento e il passo svelto.

2. La goliardia con cui ci siamo difesi dai continui shock ha partorito esseri quasi mitologici: da Misshocki alla Professora, una seducente milfona occhialuta, oserei dire una delle più apprezzate nel circuito vista la folla che ogni giorno si assiepava davanti alla sua vetrina, passando per Ice, la ragazza della penombra, fino alla Minetti, che se non era lei ci somigliava tantissimo.

Il Red Light District è una delle poche zone rumorose in una città che cammina silenziosa come le biciclette che la attraversano.

Qui si sentono apprezzamenti in tutte le lingue, si sente incitare, il tifo delle curve, lo strusciare metallico dei cappotti impermiabili, il contrattare rapido e sibilante, il tutto ritmato dal bussare.

Più brutte sono, più busseranno per attirare le tua attenzione, perciò in alcuni vicoli è tutto un bussare, un bussare disperato quasi a fracassarsi le nocche al vetro, le meno aggraziate arrivano ad aprire direttamente la porta, sperando che la differenza di temperatura fra l’alcova d’amore e la strada, crei una corrente abbastanza forte da risucchiare dentro l’avventore casuale.

Perché il gioco non si rompa deve avere una durata breve, ma per cominciare a capire il gioco lo si deve smontare.

Ricordo che da bambino avevo un debole per Pamela Anderson, era un sogno ricorrente, quella bagnina poppona incarnava la donna nei suoi eccessi, era la sua semplificazione negli aspetti più carnali, i soli che in realtà mi interessavano di quell’universo femminile, ancora sconosciuto.

La scelsi così perché non c’è niente di meglio della semplificazione in un tema tanto complesso come la sessualità.

Fu un amore platonico che cominciò ad incrinarsi quando la appesi in camera in formato poster, se ne stava tutto il giorno, tutti i giorni appesa al muro a guardarmi con la stessa espressione, il solito capello finto biondo, le stesse due tette grosse, finte quanto ritte, fino a quando non mi stancai, la accartocciai e la buttai nel cestino.

E’ la regola di Orfeo ed Euridice, anche lo sguardo ha un suo valore, anche il guardarsi è un gesto prezioso, intimo e quindi comprensivo del pudore.

La quotidianità, la ripetitività del gesto può portarci al superamento della sindrome di Stendhal, può portarci ad odiare il sublime.

Continuavo a camminare, mi perdevo nei viottoli senza badare più alle targhe attaccate ai muri, tanto i nomi erano impronunciabili e il non avere i guanti rendeva sempre più difficoltoso tirare fuori la mappa, dalla tasca del giubbotto, per orientarsi.

Guardo un’anziana signora che esce da un portone, incastonato fra due vetrine, gira alla sua destra, punta un cassonetto, non si gira, non guarda nessuna delle ragazze, non sembra neanche infastidita, poi sento un breve scambio di battute. Dietro di me.

– How much?

– 50… suck and fuck!

Mi giro e faccio in tempo a vedere un pullover viola entrare in una delle tante porte illuminate dal rosso del neon messo a guardia della stanzetta.

Vedo anche lei, in piedi mentre apre la porta, è un giunonico donnone di colore. Dio mio, ma la paghi!

Eccomi arrivato nella massa.

In quel preciso istante avevo fatto un incosciente passo in avanti, nella mia personale battaglia, ero lì in piedi fra centinaia di arrapati venuti da tutta Europa, nel ventoso inverno olandese mentre fissavo una ex lottatrice di Sumo africana strizzata in due reggicalze blu elettrico, un paio di mutandine e un reggiseno in tinta.

Quando scomparve dietro la tendina color ciliegia, rimasero solo lo sgabello davanti allo specchio, un pacchetto di sigarette sul tavolino e i tre amici del pullover evidentemente sbalorditi dall’ardire mostrato dal loro compare.

Intanto mentre la folla si disperdeva, le altre, appollaiate sulle vetrine più in alto, cercavano di ammaliare i rimasti, ma il marketing strategico ha la sua logica e loro ne scontavano un’amara pena, un po’ come quei biscotti che abitano i piani alti degli scaffali, nei supermercati di tutto il mondo.

Ma cosa sono?

Schiave del sesso? No, forse alcune.

Sono libere professioniste? Può essere una scelta personale? Se sì, questo è il posto e il modo migliore.

Forse è davvero possibile fare la prostituta con la naturalezza della dignità oppure è un grande Truman Show del sesso a tempo?

Merce umana?

Un grande zoo con animali tristi in gabbie-vetrine alla mercè di tutti gli occhi di passaggio?

Ho visitato lo zoo di Amsterdam, non chiedetemi il perché, e ho visto gli occhi di un elefante africano per niente contento di stare lì nel bel mezzo del Nord Europa a 0°, ma negli occhi di quelle ragazze cosa si legge?

Non lo so. Ho cercato di scorgere un momento di verità, nell’attimo in cui era possibile gettare un’eventuale maschera, ma niente, non ho mai incrociato un loro sguardo, uno vero.

Sorridono, fanno le ammalianti, invitano ad entrare, ma un po’ come la colpa anche il valore della lusinghe si va annacquando in maniera direttamente proporzionale al numero dei lusingati.

Nella mia visione da giovane anziano, ancora non pienamente “secolarizzata”, non riuscivo a configurarmi quella scelta come una scelta possibile, non forzata, non costretta, non riuscivo a vederlo come un lavoro che si può esercitare con la dose necessaria di entusiasmo, unico vaccino alla noia.

Cos’è che ti concede di stare esposto dietro ad una vetrina affittando il tuo corpo, per 20 minuti a 50 euro, a chiunque sia disposto a pagare?

E’ una messinscena che cerca di nobilitare un lugubre dietro le quinte?

O è la naturalezza data da una forma di dignità consapevole?

Non lo so. Le uniche cose che so è che: questo è un mestiere, qui è possibile farlo, la domanda è molta e una volta soddisfatta tarda poco a proporsi nuovamente, il guadagno è buono e allora gli unici vincoli che potrebbero ancora fermarci sono solo di natura morale oltre che imprecisata.

Davvero non è uno scontro fra vittime e carnefici?

Sembra di no, al massimo un incontro fra domanda e offerta.

Osservavo questo ristretto circo all’aperto e mi appariva come un’illusione colorata, come tante altre cose, l’illusione che sia tutto lì per te, disconoscendo il fatto che non esiste un te, ma un voi, il voi della massa turistica, dei polli da spennare, di chi da lì passa, ma non resta.

E allora cosa rappresenta tutto ciò?

Cosa c’è oltre al parco divertimento mordi e fuggi per i turisti, oltre al rapporto quotidiano fra l’anziana signora e le donne in vetrina?

E’ una grande pièce teatrale, un’allegoria in carne che svela, nel particolare, una condizione generale e quotidiana che parla di noi, in cui sussistono elementi di verità, profonda, ed esiste persino un confine per il pudore, tracciato dallo sguardo.

Edoardo Romagnoli

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Amsterdam, 2012. Parte 1: L’arrivo.

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Amsterdam è stata l’unica nozione geografica certa, in possesso della mia generazione, per tutta l’adolescenza.

Eravamo ignoranti come capre, ma sapevamo che Amsterdam era la capitale dell’Olanda, i più colti si spingevano fino a Londra, ma poi facevano sempre confusione fra Inghilterra e Regno Unito e alla fine rimaneva sempre una capitale senza Stato.

La nostra conoscenza cominciò, ben presto, ad arricchirsi dei racconti dei primi pionieri tornati, ammirati più per la capacità di aver convinto i genitori sui perché di quel viaggio, che per altro.

Arrivata l’età del motorino, per alcuni, e delle prime patenti, per gli anziani, i racconti si moltiplicarono, si intrecciarono, e si vennero a creare vere e proprie leggende metropolitane di coffe-shop fantasmi, di “viaggi” in camere d’albergo deformi, di fumi ed erbe psichedeliche oltre ad un imprecisato numero di cuori lasciati dietro qualche vetrina del Red Light District.

Come tutte le cose belle, o che tali appaiono, la idealizzammo tutti, ognuno partiva con la sua personale Amsterdam in testa, ma a differenza di quel che solitamente accade, a chi carica di aspettative un evento, in pochi tornavano delusi. La regola leopardiana del “Sabato del villaggio” crollava inesorabilmente di fronte alla Mecca del Vizio.

Mi cullavo del fatto che al mondo potesse esistere un posto del genere, ma non mi feci prendere mai dalla frenesia, nemmeno di fronte alle voci insistenti che prevedevano l’imminente chiusura dei coffe-shop.

Non ho mai capito se fosse una manovra turistica o l’ennesima leggenda metropolitana, il fatto è che per un bel po’, di Amsterdam, non ne sentii parlare né ne sentii il richiamo.

Fino agli inizi del Dicembre 2012 quando ricevetti una telefonata da due amici:

–       Il 19 è il nostro compleanno.

–       Avete fatto bene a ricordarmelo. Cicciata?

–       No. Amsterdam dal 19 al 24.

–       …

–       Dimmi un Sì o No.

–       Quanto costa?

–       380… compreso: biglietto andata-ritorno ed un fantastico alloggio in una camera tripla per una settimana a due passi da Piazza Dam.

–       O l’aereo è di cartone o ci fanno dormire in un cartone.

Sarà stata la paura del rimpianto, qualche reminiscenza adolescenziale, ma Amsterdam mi si ripresentò davanti, la loro capacità di sintesi fece il resto e così accettai.

Mercoledì 19 Dicembre,2012

Aeroporto “Schiphol” di Amsterdam

Nell’era del low cost mi aspettavo che la fregatura fosse nel viaggio in aereo, invece viaggiavamo con un A320 della Lufthansa e lo scalo a Monaco fu breve, poco meno di un’ora, e quando anche i bagagli arrivarono puntuali sul nastro trasportatore dell’aeroporto di Amsterdam, fu lì, nell’atrio dello “Schiphol”, circondato da bulbi di tulipano, che cominciai a temere per l’alloggio.

Ci volle mezz’ora di treno e un quarto d’ora di cammino su un pavè degno della Parigi-Roubaix, per dar tempo ai miei timori di materializzarsi.

Torno a ripetere: la fotografia è l’arte mendace per eccellenza e questo gli albergatori lo sanno benissimo.

Oudezijds Achterburgwald Straße, 118-120.

Cominciavo a rimpiangere il sistema alfanumerico adottato dagli inglesi.

Ci trovammo, nel bel mezzo del “Red Light District”, davanti ad una scaletta che si arrampicava fino ad un misero pianerottolo color verde muschio, in tinta con tutto l’edificio, sormontati da una scritta in stile pub medioevale, nel bel mezzo di un viottolo che si affaccia su uno dei tanti canali che attraversano il “Die Wallen”.

“HEART OF AMSTERDAM”

Se quello rappresentava il cuore di Amsterdam voleva dire solo una cosa, a questa città serviva un bypass aorto coronarico, un cuore così avrebbe rincuorato anche Julian Ross, il Cruijff dei manga giapponesi.

Immaginate una casona di cemento incastonata a forza fra i viottoli affollati del distretto, tutta coperta di vegetazione da scoglio, esposta ai naturali quanto incontrollati bisogni del fiume e dei suoi abitanti, dal topo al cigno, passando per il germano e il turista italiano.

Parliamo di ciò che avrebbe voluto essere, poi passiamo a ciò che era.

Immaginate di avere uno spazio ristretto, pochi soldi per arredarlo ed una pessima idea su come impiegarli ed ecco che pezzo per pezzo vi apparirà il “Cuore di Amsterdam”, un elegante ostello da 30 euro al giorno, tv, bagno e doccia, ogni camera arredata a tema di un film e la possibilità di fare una frugale colazione nella hall, in piedi, davanti al front desk.

L’elegante ostello era, in realtà, una topaia dipinta di nero, un atrio con due tavolini, una scala in legno da rifugio montano che si arrampicava per quelli che sembravano tre piani, invisibili da fuori, un bancone rinchiuso in un angolo sommerso dai depliant e un corridoio tanto corto, quanto pieno di porte.

Non feci in tempo a finire la frase di rito, adatta ad ogni arrivo in un albergo, quando venni, bruscamente, interrotto dalla signorina del desk che, dopo avermi messo sotto il naso tre fogli, cominciò a battere nervosamente l’indice sopra quell’universale linea nera che, in tutto il mondo, vuol dire una cosa sola: firma.

Quella donna era la regina del tempismo, non feci in tempo a posare gli occhi sul papello che subito mi precedeva, con un sunto rapido ed efficace del contenuto.

Regole, semplici regole dell’ostello con minuziosa descrizione delle pene conseguenti ad un eventuale infrangimento di queste.

Due le principali: chi rompe paga, nulla di nuovo, chi fuma in camera paga, 100 euro di pena amministrativa.

Ci indicò la via e ci liquidò. Di solito un certo tipo di freddezza nelle donne, mi stuzzica la fantasia, ma in lei mi faceva lo stesso effetto di un paio di mutande d’azoto liquido.

Intendiamoci non sono un architetto né tantomeno un esperto in materia, ma ve lo potrebbe dire anche un bambino che le case di Amsterdam sono storte.

Sul motivo le teorie più quotate sono due:

1-    Visto la frequenza con la quale i canali, esondando, allagavano i primi piani delle abitazioni circostanti, il mercante olandese trovò ingegnoso stipare le preziosi merci tutte all’ultimo piano. Il problema è che tale disposizione rendeva difficoltoso il trasporto e il carico sui mezzi, fu allora che si decise di inclinare le abitazioni per calar giù, sulle barche o sui carri, tutte le merci destinate al commercio;

2-    E’ l’ennesima leggenda metropolitana, è che tutti le guardano dopo aver fumato.

Quel posto non era regolare sotto un profilo strutturale, non riuscivo a immaginare dove potevano essere le stanze, come potessero aprirsi degli ambienti dietro quella selva di porte, in piedi, l’una accanto all’altra.

Finimmo il corridoio con qualche passo, aprimmo la porta e ci trovammo dentro un quadrato di cemento, di quelli che si vedono nei carceri affollati durante l’ora d’aria, con una macchinetta delle merendine, due turisti che fumavano e calcinacci, ovunque.

Attraversammo in fretta e aprimmo la porta, per la cronaca, si apriva con la scheda magnetica, una topaia sì, ma attenta ai dettagli, pensai.

La camera a tema non era altro che una stanza con tre letti IKEA neri, due a castello, uno singolo, un poster di “Taxi Driver” appiccicato alla parete nera, l’unica libera, fra i letti, un bagno e una doccia per mini-pony, una tv nera che dava l’aria di non aver mai funzionato e tre asciugamani bianchi.

Edoardo Romagnoli

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Parlamentarie pratesi 2012

30 Dicembre 2012, ore 22.00

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Matteo Biffoni e Ilaria Santi, questi sono i due nomi che i pratesi hanno scelto per rappresentare il territorio nelle aule romane.

Un giovane renziano di ferro e una donna dalle radici cattoliche, ma dalle simpatie di Sel.

Non si è parlato di idee né di contenuti, ad eccezion fatta per quei pochi punti programmatici che tutti i candidati hanno presentato non potendo fare diversamente.

La politica assomiglia sempre di più al calcio, viene vissuta con la stessa passione cieca e il medesimo accanimento verso l’avversario.

D’altronde l’individuazione di un avversario comune cos’è, se non la via più semplice per fare squadra?

Come diceva Rita Levi Montalcini Il cervello umano ha una parte razionale ed una più istintiva, dominata dalle passioni, la difficoltà è quella di saper riconoscere quando usiamo l’una e quando l’altra.

Penso che in politica si necessiti dell’uso di una e dell’altra, con una predominanza della prima sulla seconda.

Un candidato deve essere valutato per le idee che esprime e che vorrebbe rappresentare, non per simpatia o per chi ha dietro.

Il Pd ha optato per un partito leggero, svincolato dal territorio, con la svolta della Bolognina è iniziato un percorso suicida, nel quale non solo abbiamo cambiato nome al Partito, ma siamo riusciti a buttare al vento una capillare presenza sul territorio.

Questo è un Partito arbitro, che di fronte ad una partita giocata in maniera violenta ferma il gioco e non i giocatori.

Adesso a tenere il rapporto con il territorio cosa è rimasto? Il circolo.

In questa campagna elettorale abbiamo girato Prato in lungo e in largo, siamo entrati nei circoli, abbiamo incontrato le persone che li frequentano e abbiamo capito come sia deviata la sua natura originaria.

Gli avventori dei circoli, per la maggior parte, sono uomini e donne, oramai stufi della politica, giovani che non ne hanno mai sentito l’esigenza e che non cominceranno a sentirla ora oltre a qualche cinese e qualche pensionato che giocano ai videopoker.

E adesso c’è da lavorare insieme.

La sinistra ha due grandi qualità: saper perdere con frequenza e dividersi.

Stare insieme quando si parla di persone della stessa squadra sembrerebbe quasi una cosa naturale.

Poi c’è da fare i conti con la realtà, che vede i soliti giochetti della politica, gli accordi sottobanco, quelli di corridoi, i millantatori e gare giocate sempre sul confine fra ciò che è lecito e ciò che non lo è.

E allora si capisce come diventi più difficile, quando si perde, mettersi al lavoro con il solito entusiasmo e la solita voglia di partecipazione.

  1. Il giornalismo pratese, in linea con quello nazionale, si è rivelato il giornalismo della prima domanda. Quando un giornalista rinuncia alla seconda domanda, si trasforma in un microfono con le gambe a disposizione del politicante di turno;
  2. La mancanza di spirito critico di un popolo che si profonde in mille lamentele da bar, per poi farsi suggerire, con la logica del gregge, chi e cosa rappresenta il cambiamento;

Il PD, pur avendo dato prova di saper perdere con avversari indegni di tale nome, ritrova, proprio nella mancanza di avversari di alto livello, la causa di quella sufficienza che si respira all’interno del partito.

Nelle parlamentarie pratesi, come in altre svolte in città diverse, sono  state un’operazione di democrazia verso il basso, fittizia.

Il PD non deve avere paura di essere il partito che vorrebbe essere, non deve avere paura della gente, di quella gente che ha abbandonato chiudendo le sezioni.

Queste sono state, anche per la ristrettezza dei tempi organizzativi, elezioni dei quadri, in cui non poteva essere possibile una candidatura fuori dal partito, in cui si è cercato di pilotare i voti sui volti prescelti.

Senza un forte radicamento sul territorio, senza una buona e onesta politica di tesseramento, senza il proselitismo, senza una ricerca costante di energie giovani, di militanti entusiasti, questo partito sarà sempre in balia dei correntismi, dei capi bastoni veri e millantati.

Intendiamoci, nessuno dei candidati avrebbe cambiato e cambierà un gran che in Parlamento, ma se aspettiamo l’uomo forte che decide in positivo le sorti del paese commettiamo l’errore di sempre.

Qui c’è da lavorare nel particolare, c’è da costruire pezzo per pezzo una nuova classe dirigente, attraverso delle parlamentarie diverse da quelle che si sono recentemente consumate.

In queste elezioni hanno votato poco più di 6.000 persone, per le primarie del centro sinistra erano stati 22.000, dove la speranza di convincere gli incerti era ridotta all’osso, esempio fulgido: la serata al Politeama, ecco perché si necessita un maggiore coinvolgimento della società civile, in modo da diluire i voti preconfezionati in mano ai soliti noti.

Sempre se questa fantomatica società civile dia prova di un ragionamento razionale più che passionale, magari secondo il proprio interesse, purchè razionale.

Ripeto: non dobbiamo avere paura delle persone, dobbiamo trarne quella linfa vitale e necessaria al partito, dobbiamo fare in modo che la gente non si allontani dalla politica, ma che si avvicini, magari incazzata, magari proprio perché incazzata, per cambiarla, per portare il suo apporto.

Abbattere le barriere fra le persone e la politica è l’unica via per voltare pagina, per davvero.

Edoardo Romagnoli

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