Archivio mensile:novembre 2012

Aldo Bianzino

ITALIA, 2007.

Ancora un morto, un morto ammazzato.         aldo_bianzino

Aldo Bianzino era un serafico falegname ed è stato ammazzato a 44 anni, nel carcere di Capanne, il 14 Ottobre 2007, da qualche secondino con poca fantasia e tanta rabbia.

Bianzino è stato portato in carcere per avere qualche piantina di canapa indiana nel giardino della sua casa, immersa nel verde delle colline umbre.

E’ stato incarcerato perché? Perché pericoloso? Perché era un pusher,  uno spacciatore? No, Bianzino è stato incarcerato e ucciso da uno Stato bigotto che sotto i dettami della Chiesa e di uno spirito conservatore è arrivato a decretare fuori legge una pianta.

 

AMERICA, 2012.

Nel giorno in cui Obama veniva eletto, in California e nello stato di Washington si votava per la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo.

Una decisione che se applicata nei soli tre stati del Colorado, di Washington e dell’Oregon, è stato calcolato, ridurrebbe del 30% i profitti dei cartelli sudamericani oltre a far entrare nelle casse dei vari Stati quasi 60 miliardi di dollari fra risparmio e proventi.

Una tappa epocale, se pensiamo che ciò è avvenuto nel paese del proibizionismo, nella stessa America degli anni ’20 di J Edgar Hoover, di Nixon, nel paese che ha speso miliardi di dollari nella guerra alla PIANTA di marijuana.

Quella che è considerata la più grande democrazia del mondo prevede la pena di morte per alcuni reati, ma non per crimini legati alla droga.

In Italia, la più traballante democrazia europea, non abbiamo la pena di morte, almeno non ufficialmente, anche se sono oramai tanti i morti ammazzati in carcere.

E Bianzino è uno di loro e non è l’unica vittima.

Il figlio di Aldo Bianzino adesso è un orfano, un orfano di Stato. Questo è il risultato e basterebbe questo per poter dire, senza tema di smentita, che le forze dell’ordine, che tutto il sistema ha miseramente fallito.

Senza queste leggi stupide e bigotte, Stefano Cucchi e Aldo Bianzino non sarebbero mai passati dal carcere e forse, oggi, sarebbero ancora vivi.

In fondo è una questione di scelte da prendere.

Scelte, scelte politiche, basta con i buoni propositi. Per far sì che il pestaggio venga tolto dalle pratiche possibili in un carcere, per far sì che tutte queste mele marce non facciano marcire tutto il cesto.

 

Edoardo Romagnoli

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Un paese da distruggere

“La meglio gioventù”, Marco Tullio Giordana, 2003.

I nuovi Novismi di un paese vecchio.

“Il nuovo non è bello, e il bello non è nuovo”. (attribuita a Johann Heinrich Voss)

Le origini.

Il 1975 è l’anno in cui Bill Gates fondava la sua Microsoft, in cui la Juventus vinceva il suo 16° scudetto e Fellini l’Oscar per “Amarcord”, l’anno del massacro del Circeo, della morte di Francisco Franco e di Mara Cagol e, mentre i russi, erano impegnati a mandare in orbita il Sojuz 17 con Gubarev e Grecko a bordo, a Firenze nasceva Matteo Renzi.

 Chi è Matteo Renzi?

Matteo Renzi è un dottore in giurisprudenza, imprenditore, ex Dc, ex Margherita, ex presidente della Provincia di Firenze, sindaco di Firenze e attuale candidato alle primarie del centrosinistra.

Renzi è il classico bravo ragazzo, di quelli che le ragazze portano in casa senza troppi patemi d’animo, uno di quelli che fa innamorare mamma e nonna e colma il malcelato desiderio, del padre, di un mancato figlio maschio.

Renzi è un boyscout nell’anima, un vecchio lupetto.

In realtà Renzi non è niente altro che il fallimento di una intera classe dirigente che non ha saputo sopportare il peso di un’eredità troppo pesante ed ingombrante.

Cos’è Matteo Renzi?

Renzi lo vedo come una pianta, come l’edera che, se cresce, specialmente sul muro di una casa, è bella, decorativa, coreografica, ma va tagliata, indirizzata, bisogna fare in modo che dia quel tocco in più alla casa, senza ricoprirla.

E’ un gradevole ragazzo di 37 anni, un buon amministratore locale, esperienza che lui giudica sufficiente per governare un paese, con un accento fiorentino, che risulta sempre simpatico, e tanta voglia di fare.

Che significato ha l’idea di Renzi della “rottamazione” ?

Il nuovo modo di interpretare la politica degli ultimi venti anni ha lasciato vari insegnamenti non scritti, fra i quali: “il popolo può diventare un pubblico” e “basta che se ne parli”. Quest’ultima, che potrebbe benissimo essere una massima di Lele Mora da Milano, in realtà è una regola che appartiene al mondo del gossip, ma che tanto ha fatto anche per la notorietà nei sondaggi su alcuni politici del nostro tempo.

In un valzer di dichiarazioni e smentite, proprio come succede in televisione, si sono persi i contenuti e quelli che emergono sembrano equivalersi all’interno di un dibattito politico che assomiglia sempre di più ad un talk show di basso rango, da tv locale.

La famosa “rottamazione” è un termine, per stessa ammissione del coniatore, nato così come nascono i soprannomi fra amici. La sua bravura, o quella di Gori, è stata quella di cavalcare uno slogan efficace e conciso per evidenziare, impacchettare meglio il messaggio politico racchiuso nel tour dal titolo mutevole: “Adesso! Matteo Renzi” fino al meno egoico “Cambiamo l’Italia Adesso!”.

Il fattore anagrafico non c’entra, è un diversivo, dibattere sul dualismo vecchi giovani non ha senso, si parla di categorie astratte, di cui non si può valutare la qualità dei singoli, caso per caso.  E qualora si potesse si rivelerebbe un’operazione inutile.

Coloro che, oggi, hanno fallito erano i giovani rampanti dell’epoca, i delfini designati dopo anni di gavetta.

L’Italia è un paese antico e anziano, pieno di storia e pieno di anziani, ma questo è un dato di fatto, l’elemento di partenza, il Big Bang dal quale nasce la nostra discussione e uno dei fattori di successo dei nuovi qualunquismi.

Ripeto, niente di nuovo.

Ultima cosa: volere i giovani non ha nessun significato, è come quando si giustifica la proposta dei due mandati parlamentari con la profezia “così non ruberanno”.

Non dovrebbero rubare perché hanno solo due mandati? Mi sembra piuttosto ingenua come speranza, se proprio vorranno rubare, tenteranno di farlo più in fretta.

Volere i giovani non significa niente, dovremmo trovare un modo per far sì che il ricambio generazionale sia regolare, magari graduale, ma regolare, certo, in una giusta alternanza fra l’entusiasmo per il futuro, una memoria fresca di nozioni appena apprese e l’esperienza, il sapere.

 In cosa ha sbagliato il gruppo dirigente del PD?

La svolta della Bolognina, culminata nel 1991, non era altro che una sfida e come tutte le sfide, si possono vincere, ma si possono anche perdere.

Il successo che riscuote Renzi è la prova del nove, quella sfida è stata persa dall’attuale segreteria del Pd.

In quel teatro si doveva seppellire un nome, Partito Comunista Italiano, e dare nuove prospettive a quello che doveva essere un partito aperto, partecipato e riformista. In realtà, messo da parte quel nome e quella storia così ingombrante, non se ne è saputo tirarne fuori un’altra, non si è riusciti a dar seguito a quel progetto, a dargli un respiro moderno, contemporaneo con i tempi, con i mutamenti.

Oggi il Pd si trova nelle medesime condizioni della Chiesa cattolica, con la differenza di non avere un leader così certo.

La chiesa non ha saputo rinnovarsi, non ha interpretato i tempi e se lo ha fatto, lo ha fatto troppo in ritardo ed ora più che un organo unitario sembra un insieme di bande, in lotta fra loro per cercare di avere una fetta di potere in più.

Il partito si è aperto, anche troppo, smarrendo la sua vera anima, fra ex democristiani e margheritini, non ha saputo inglobare le differenti anime, i diversi apporti, che via via i protagonisti proponevano, li ha semplicemente accorpati, come una protesi.

Senza troppi giri di parole, gli argomenti più forti di Renzi sono gli “atti mancati” di questa classe dirigente, ecco perchè Renzi è la controprova del loro fallimento.

Renzi rappresenta il nuovo?

Matteo Renzi non è nuovo in niente. Non è il primo qualunquista, da Giannini a Grillo è lunga la lista, non è il primo che prova a metterci la faccia, l’hanno già fatto Veltroni, Franceschini e Bersani, prima di lui; anche nella dialettica, non è innovativo è semplicemente la copia moderna e rivista del primo Berlusconi e di un candidato per il Congresso americano, impegnato in una perenne campagna elettorale, in giro per le città dello Stato che spera di dover rappresentare.

Ecco Renzi sta bene nel ruolo di candidato, perché è nato per fare il candidato, coltivo il timore che il peggio che gli si potrebbe augurare è di vincerle queste primarie.

E allora da consigliere, con la fama dell’ illuminato, dovrebbe trasformarsi in “capobastone”, toccherà a lui prendere decisioni e le responsabilità che ne conseguiranno.

Allora non basterà più indicare ciò che altri hanno fatto di sbagliato o cosa si dovrebbe fare. Lo si dovrà fare.

Del primo Berlusconi ha anche un’altra peculiarità: i suoi elettori sono molti nei sondaggi, ma pochissimi nella vita quotidiana.

Per la mia esperienza e il riassunto conciso di altre esperienze, non ho conosciuto molto “renziani”. E questo un po’ mi spaventa.

La novità di Renzi è la sua specialità nel decoupage e nella sua alienata militanza, dentro il Pd, come dimostra il suo programma e l’assenza delle bandiere del Partito durante i suoi comizi.

 Cosa dice il suo programma?

Il programma si trova su www.matteorenzi.it e sono 12 punti. I titoli vanno da:

punto 1) Ritrovare la democrazia;

punto 8) Uno Stato semplice: dalla parte dei cittadini;

punto 9) Il modello italiano. Cultura, turismo, sostenibilità;

punto 11) Diritti all’altezza dei tempi;

per arrivare al punto 12) Il più importante (la Rete);

La prima impressione che ho avuto dopo aver letto il programma è stata: non basta scrivere un programma per poter dire di avere un programma con cui governare un paese.

Il programma è un riassunto di buoni propositi, soluzioni che sono state utili in contesti diversi e per tutto il resto c’è Internet come la panacea di tutti i mali in eccedenza.

A Renzi manca il foglio del come, di recente un mio amico parlandomi proprio di Renzi e di Grillo ha pronunciato la parola “format” e non penso lo abbia fatto sbagliando.

“Format” e “programma” sono termini che hanno una “declinazione televisiva”, vengono usati sia nel gergo televisivo sia in quello politico, ancora una volta il linguaggio come indicatore sull’attuale stato delle cose.

Questi nuovi “cowboys” del malcontento popolare propongono più un format che un programma elettorale, che a questo punto, diventa quasi un accessorio, per non farsi trovare impreparati alle possibili domande a riguardo.

E’ questo ciò di cui questo paese ha bisogno? Si esce dalla crisi con i video di Obama? Con uno spettacolo sempre uguale, che poco ha a che fare con la ripetitività già di per sè insita in una campagna elettorale, ma si avvicina, almeno per sensazione, alle repliche di uno spettacolo teatrale. Le idee sembrano più essere uno degli elementi del tutto e nemmeno fra quelli più solidi.

Come ne è uscito dal dibattito fra i candidati del centrosinistra? 

Bene, secondo me è proprio Renzi quello che ne è uscito meglio. Ho sentito qualcuno che indicava Tabacci come il vincitore del confronto su Sky, ma assomigliano un po’ a coloro che ai Mondiali dell’82 tifavano per El Salvador.

Renzi si trovava nel suo habitat naturale, era una situazione perfetta, la copia lussuosa di un suo palco-tipo e si vedeva, lo lasciava intravedere in quel suo gongolare ridanciano su quel palchetto. Un minuto e mezzo sono anche troppi.

A Matteo, per esprimere in due o tre punti il riassunto delle sue proposte, che oramai recita con la naturale sicurezza dello studente che ha ripetuto tutta la notte le tre paginette di Storia, basterebbe anche meno e lo lascia ad intendere più volte.

La sua dialettica è quella fresca, del programma di intrattenimento pomeridiano, mi ha colpito la sua infallibile scelta nella costruzione del suo intervento, il più delle volte conciso, chiaro e diretto, almeno ad un primo ascolto.

Cosa succederà al Pd se vince Renzi?

Non penso che si sfascerà il partito, come ha dichiarato D’Alema, ma cambierà, questo è logico. Renzi dichiara di voler correre da solo ,ma dovrà cercare alleanze, che lo voglia o no, perchè con questa legge elettorale è inevitabile se si vuol pensare di governare.

In realtà Renzi ha già vinto, anche se perderà queste primarie.

MATTEO RENZI E BEPPE GRILLO: I NUOVI NOVISMI.

C’è una definizione, che ho letto due sole volte, che riassume con efficacia ciò che esprimono sia il comico genovese, sia il sindaco fiorentino: il NOVISMO.

Un ibrido fra più parole: nuovo, stil novismo, l’ovinismo (la tendenza a seguire il capobranco), qualunquismo.

Insomma un po’ come ciò che deve descrivere: un calderone fra il tutto e il niente.

Matteo Renzi e Beppe Grillo, possono avere non due meriti, ma due meriti dubitativi, ossia meriti del se, del condizionale:

  1. Allargano le basi, vivacizzando il dibattito all’interno del Pd e del paese in generale;
  2. Cavalcano un’ondata di malcontento popolare che in altri paesi europei, viene cavalcata da esponenti di partiti estremisti; (Grecia e Belgio)

Hanno molti punti in comune: tutti e due in qualche modo parlano di rottamazione, di Rete e hanno dietro il loro guru personale che li indirizza e gli suggerisce.

Le differenze sono tante le principali sono: Grillo non è candidato e, anche volesse, secondo le sue stesse regole non potrebbe. Di Renzi abbiamo già detto.

Perciò si accontenta di fare il padre padrone del partito insieme al suo guru-pares Casaleggio, facendo firmare dimissioni in bianco ai suoi adepti, perché va bene la democrazia, ma non si sa mai.

Sono tutti e due espressione di un fallimento: Matteo, di una classe dirigente, Beppe Grillo di una politica che ha abbassato il livello del suo registro e con la scusa del ”dobbiamo farci capire dall’elettore medio” ha appianato la propria dialettica su quella televisiva, rivelatasi da subito la più adatta, per chi la sapeva utilizzare, ad acchiappare una valanga di voti.

Ecco perché Grillo continuando ad utilizzare il medesimo gergo che utilizzava nei suoi spettacoli comici, può, aggiungendovi qualche dato numerico e qualche generica considerazione politica, inserirsi con nonchalanche nel dibattito politico.

Tutti e due presentano un format, con i suoi colori riconoscibili, il proprio gergo, il proprio background di riferimento.

Tutti e due hanno una loro motivazione per giustificare l’ingresso disinteressato in politica: Grillo lo dice spesso “Potevo chiudermi nella mia villa”, Renzi invece ripete con frequenza: “Io quando loro sedevano in Parlamento ero alle medie”, di nuovo la gioventù come merito, ma c’è di più perché con questa frase è come se volesse discostarsi dalla politica e dai suoi esponenti. “ Io quando loro facevano o non facevano questo, io non c’ero, ero troppo piccolo”.

Ecco che ritorna il mancato utilizzo delle bandiere del Pd, per avvicinarsi alla logica grillina dell’impegno civile da parte dei comuni cittadini, rifiutando il politico di professione. [1]

Renzi non può giocare la carta dell’antipolitica, perché è riconosciuto come un politico e la sua storia personale dice questo, allora cerca di ricalcare l’identikit che adesso i sondaggi rivelano essere quello vincente, per il profilo del politico futuro: giovane, faccia non conosciuta e onesto.

Aggiungo: che fine ha fatto la competenza?

Recentemente ho sentito esponenti dell’intellighenzia di sinistra che proponevano una soluzione alquanto discutibile: votare Renzi alle primarie del centro sinistra e Movimento 5 Stelle al Parlamento.

Per due motivi:

1- Distruggere il partito e, quindi in una logica massimalista, riformarlo;

2- Perché così facendo si può “scardinare la morta gora del dominio partitocratico e riaprire possibilità di cittadinanza attiva (l’ideogramma cinese per “crisi”, Wej-ji, è composta da “pericolo” e “opportunità”).” Parole di Paolo Flores d’Arcais.

Conclusioni.

Quando la decadenza è sotto gli occhi di tutti, allora accade che il quotidiano malcontento popolare si generalizzi, si faccia più ampio e ancora più spesso accade che la richiesta di un cambiamento, si riassuma nel passaggio del potere nelle mani di un solo uomo.

Oggi la competizione viene semplificata, sotto il gioco di una presunta necessità di farsi capire dal popolo. E le parole assumono un peso, nell’analisi di questo fenomeno: la campagna elettorale diventa un tour, le movenze sono studiate come in una coreografia e il politico deve presentare il suo format.

Gli imbonitori appartengono a tutte le epoche, quello che spero dalla società dell’informazione è che sappia usare tutti gli strumenti a sua disposizione, per informarsi e scegliere ciò che vuole, anche sbagliando, magari scoprendo solo in un secondo momento di esser stati raggirati.

Cercando così di evitare l’applauso emotivo, rapito dalle luci del teatrino e dai suoni dolci della retorica.

Per non finire come i topi della città di Hamelin, della fiaba dei fratelli Grimm, ingannati e annegati, dal primo pifferaio capitato in città.

Immagine Edoardo Romagnoli


[1] Vedi l’Amaca di Serra.

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E non è una sciarpa a morire, di Matteo Monti.

“Mio fratello è stato etichettato come ultras della Lazio, estremista di destra, tifoso violento.
A livello istituzionale e giornalistico, tutti hanno preso le distanze, quando non condannato.
Pochi prendevano le difese della mia famiglia.
Ci fu chi arrivò ad affermare, in un articolo, che “Gabriele se l’è andata a cercare, quella pistolettata”.
Al contempo, non ci si azzardava a criticare l’operato delle forze dell’ordine. Si diceva che non fosse necessario generalizzare per un singolo irresponsabile, che era sufficiente criticare e prendere le distanze.
I soliti atteggiamenti tiepidi, senza avere il coraggio di esporsi contro le istituzioni, secondo un principio inviolabile, che molti vorrebbero MAI messo in discussione: LO STATO NON SBAGLIA MAI!
Io credo, invece, che in uno stato civile, chi sbaglia, anche se indossa una divisa, debba pagare per gli errori commessi, altrimenti si scardina lo stato di diritto e, per ripristinarlo, bisogna scalare le montagne.
Nelle forze dell’ordine esiste un corporativismo che in alcuni casi si rivela dannoso, antigiuridico.
Se un civile sbaglia, nessuno lo difende; se a sbagliare è un poliziotto, invece, questi potrà godere di garanzie particolari.
Si crea uno scollamento tra la società e coloro che credono di essere al di sopra delle leggi.
E queste zone di protezione sono dannose per le istituzioni stesse.
NON DOBBIAMO far percepire all’esterno che i cittadini in divisa abbiano più diritti di chi non la indossa:
perchè in questo modo, si demoliscono i BASILARI PRINCIPI DI DIRITTO”.

Le parole appartengono a Cristiano Sandri, fratello di Gabriele, un ragazzo che, come molti, quando ancora non vi erano blocchi e restrizioni ad impedirlo, amava seguire la sua squadra di calcio in giro per l’Italia.
Un ragazzo che dormiva, sul sedile di quella Renault Scenic che mai più lo vedrà svegliarsi. 
E che è stato UCCISO, mentre SOGNAVA.
A cinque anni dalla sua morte, o per meglio dire, dal suo OMICIDIO, la triste vicenda dell’11 novembre 2007, quella di GABRIELE SANDRI, scuote, e continuerà a farlo, le coscienze di noi che abbiamo assistito alla tragedia con quel coinvolgimento, tipico di chi subisce una sottrazione.
Umana.
Intollerabile.

“Voleva colpire la macchina e l’ha colpita” affermava il 14 febbraio 2012 il sostituto procuratore della cassazione, Francesco Iacoviello.

Ma …
PERCHE’ voler colpire un SOGNO?

PERCHE’ ritardare di dieci mesi le scuse ad una famiglia vista privatasi del proprio figlio ancora assonato, dall’ennesima serata passata tra dischi e mixer (una delle passioni più forti di Gabriele).

PERCHE’ un ritardo di due anni e due mesi per riuscire ad ottenere la SOSPENSIONE dell’agente coinvolto?

PERCHE’ così tanta INCOSCIENZA da arrivare a sparare nel bel mezzo di una delle autostrade più trafficate d’Italia?

E infine…
PERCHE’ un ragazzo non deve svegliarsi più dal sonno solo perchè “colpevole” di DORMIRE, e di SOGNARE?

Come ogni martedì, dalle 21 alle 22, suwww.radioluiss.it, “Storie da Caffè – Malapolizia” vi racconta cosa succede nel momento in cui il CONTROLLORE smette di CONTROLLARE perchè NON CONTROLLATO, e come muore, un RAGAZZO ITALIANO, per mano del suo STATO.

Matteo Monti

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Gabriele Sandri. La morte di un cittadino per mano di uno sceriffo.

In un mondo che sembra non fermarsi mai, la morte ha ancora il potere di fermare il tempo, di sospenderlo, almeno all’apparenza.

Gli spazi che si aprono di fronte ad un evento luttuoso possono essere riempiti di retorica, slogan o parole pensate più per la pancia che per il cervello di chi ascolta. Oppure? Oppure possono diventare un momento di riflessione collettiva, per capire quello che è successo, perchè si trovi un senso universale, da condividere con gli altri, perchè non rimanga una morte vana.

L’analisi logica, razionale dei fatti è l’unica via percorribile per chi non vuole cadere vittima di una facile retorica, creando un’aurea sacra che si consuma all’interno dei propri confini, lasciando i più orfani di un senso, uno spendibile per la loro esperienza.

L’unico percorso che permette di non credere ad una visione dicotomica e semplicistica che divide il mondo in due, il bianco e il nero, il buono e il cattivo.

Non voglio credere che ci sia qualcosa di sacro nella morte di Gabriele, non voglio credere che si voglia riassumere la vita, di un ragazzo di 26 anni in una sciarpa, che lo si voglia immolare. A cosa poi? Al Dio calcio e alle sue fedi?

L’11 Novembre del 2007 è  stato ucciso un cittadino, l’ennesimo, un nostro coetaneo, un figlio, un fratello, un dj, un amico, un lavoratore, e sì, anche, anche un tifoso.

E allora non devono interessarci i dettagli, le bugie, gli ennesimi quanto goffi tentativi di insabbiamento, le spranghe, i sassi nelle tasche, se dormiva o era sveglio, i passamontagna, gli insulti, le possibili deviazioni del proiettile, se le mani erano giunte o le braccia tese, questo è materiale da tribunale.

Non aggiungono nulla a ciò che tutti han visto e capito fin da subito, su quell’autostrada, che è una delle più trafficate d’Italia, sotto quello che era il giovane sole mattutino di quell’11 Novembre del 2007.

E’ roba da tribunali, l’unico luogo preposto, in cui si deve riuscire nel tentativo di trasformare le ipotesi, le sensazioni, i ricordi in prove, prove che portino ad una sentenza che renda giustizia. Sapendo già che nessuna pena potrà mai curare un’assenza.

Forse la fortuna di Gabriele, rispetto ad altri, è il palcoscenico sul quale si è consumato il suo omicidio, non le mura di un carcere, non una stanzetta di una Questura, dentro stanze piene solo di occhi complici, ma su un’autostrada, esposto agli occhi di testimoni ignari.

Si deve capire, riuscire a comprendere le cause, il perchè un agente della Polizia Stradale si è comportato da sceriffo, scambiando la sua Beretta d’ordinanza per una Smith & Wesson, un’autostrada per un piazzale polveroso da Far West e una macchina carica di ragazzi, per una carovana di banditi da fermare a colpi di pistola.

La morte per omicidio, per quanto tremenda, è un evento umano, possibile, in fondo forse, col tempo e la riflessione, anche comprensibile, magari una insopportabile, ma possibile comprensione .

Ciò che resta incomprensibile è il meccanismo oscurantista che si mette in moto puntuale, in maniera uguale e sistematica, ogni volta che esponenti delle forze dell’ordine, abusando del potere loro concesso, si trasformano da tutori a assassini, tanto in fretta da farsi trovare ancora in divisa.

Edoardo Romagnoli

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