Archivio mensile:ottobre 2012

Marcello Lonzi, ucciso e sepolto nell’ombra.

“Sventurata la terra che ha bisogno di eroi.” (Bertol Brecht)

A Maria Ciuffi.

In un paese normale, dove tutti danno il proprio contributo, facendo bene il loro mestiere non c’è bisogno di nessun eroe, anzi risulterebbero ridondanti, macchiette fuori ruolo.

In un paese normale un carcerato deve perdere momentaneamente o per sempre la sua libertà, ma non la sua vita. E pur condannato all’ergastolo, solo a lui dovrà esser lasciata la scelta di come impiegare o non impiegare, una vita da prigioniero.

A Marcello Lonzi questa scelta non l’hanno lasciata e chissà cosa pensava nel mezzo ai calci, ai pugni, alle manganellate, quella sera d’estate dell’11 Luglio del 2003.

Marcello è stato ucciso in carcere, massacrato di botte, a 29 anni e non c’è un modo carino per dirlo.

Marcello era un cittadino, privato del primo dei diritti: la libertà, ma pur sempre un cittadino, un uomo, al quale non doveva essere tolta la vita.

Il fatto che sia morto non è grave, è terrificante, terrificante per chi vuole ancora credere che siano solo mele marce, da isolare e condannare dal sistema, salvo poi trovarsi di fronte all’ennesimo insabbiamento, la solita assoluzione, l’archiviazione o la chiusura dei casi, con motivazioni assurde.

Terrificante per tutti coloro che credono possibile essere detentori della violenza senza abusarne.

Marcello è una X, non è un eroe è una vittima.

E’ vittima di coloro i quali non conoscono il vero senso dello Stato, della divisa che portano, di chi abusa di un potere concesso dal popolo, della stampa che decide di volta in volta dove puntare il suo faro, di una giustizia che ha sancito definitivamente che è morto per infarto, cieca di fronte all’evidenza, di un’indignazione ad orologeria che a volte smuove le montagne ed a volte schiaccia col silenzio.

Sventurata questa terra che di eroi abbonda perché un eroe è fondamentalmente un uomo solo contro tutti, ma quando quel tutti diventa lo Stato allora si è, se possibile, ancora più soli.

Edoardo Romagnoli

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Silenziosi e piccoli regimi quotidiani.

Il mondo è ricco di piccole storie, una di queste è giunta alle mie orecchie non più di una settimana fa, distruggendo, almeno provvisoriamente, una mia antica convinzione.

Pistoia. Un condominio come se ne vedono tanti, di quelli talmente grigi e anonimi da non farvi riuscire neanche ad immaginare chi vi abiti dentro.

Al terzo piano di questo scheletro, antico residuo della colata di cemento che ha ricoperto l’Italia durante gli anni Settanta, abita una coppia di anziani.

Pochi giorni fa, non per disgrazia, ma seguendo il corso naturale degli eventi il Lui, ormai ultrasettantenne, ci ha lasciati, per passare a miglior vita, almeno così si dice.

Così Lei si è trovata all’improvviso a smettere i panni della moglie per indossare quelli neri della vedova.

Immaginando lo sconforto della signora, tutti i condomini si sono affrettati su per le scale, affollando il pianerottolo antistante alla porta dell’affranta, tutti in coda, chi con dei fiori, chi con la faccia segnata dal cordoglio, tutti in coda per portare le condoglianze, per cercare di alleviare il giovane dolore dell’anziana.

Con somma sorpresa di tutti gli avventori, la signora, rispondeva ad i diversi incoraggiamenti nel solito modo: “ Eh sì.. vorrà dire che mi guarderò un po’ di televisione”.

La strana risposta non fu colta dai primi visitatori che, usciti dalla porta, sottolineavano più di altro il fatto che la neo vedova non fosse poi così giù di morale.

Anche quando la situazione cominciava a suscitare più di una perplessità, il timido pudore dei coinquilini tardava il momento della verità, fino a quando non entrò il Gargini, l’ultima intima speranza di tutti. Il Gargini è l’inquilino del quarto piano, il più intimo fra i residenti della palazzina con la coppia di anziani, oltre ad essere il “personaggio” del palazzo. Se non la tira fuori lui la domanda da centomila dollari non la tira fuori nessuno. L’attesa non fu vana e le speranze ben riposte.

Uscì e con aria stralunata disse: “ Oh, ma ve l’ha detto anche a voi ‘sta cosa della televisione o no?”. Si sentirono tutti liberi e cominciarono ad abbaiare le loro perplessità represse, dimenticandosi della situazione, dell’eco delle scale e del loro timido pudore. Il Gargini rimase spiazzato, colto alla sprovvista si sentì quasi in colpa d’esser stato lui ad aver aperto il vaso di Pandora, ma a quel punto non poteva fare niente per rimediarvi.

Ora la fila silenziosa e composta, in attesa di scaricare un po’ di quel cordoglio, appena formatosi, sull’anziana signora, aveva lasciato il posto ad una folla vociante, dove ognuno provava a costruire la sua ipotesi sperando fosse quella definitiva che avrebbe messo d’accordo tutti, liberandoli da quella feroce e umana curiosità che si era instillata nelle teste di tutti.

Mentre si vagliavano le possibili ipotesi come si pescano le paperelle al Luna Park, si aprì, silenziosa, una delle tre porte del pianerottolo, dalla quale spuntarono una mano rugosa e due occhi scavati nella carne rossa e consumata.

Era la “Murata”, come la chiamavano non proprio affettuosamente gli altri condomini. Una signora sull’ottantina che un po’ per natura, un po’ per l’età non amava molto uscire di casa e questo le aveva fatto guadagnare questo simpatico nomignolo. A dispetto della fama, la “Murata” sapeva tutto di tutti, si sospettava e si sospetta tuttora che si lasci scorrere addosso il tempo rimasto stando appoggiata con l’orecchio alla porta, per origliare i movimenti per le scale.

Interruppe il conciliabolo e sentenziò: “ Ve lo dico io perché vi ha risposto così. Il su marito non le permetteva di vedere la televisione. Solo il Sabato poteva vedere un film che lui sceglieva, ma non lo guardava dal divano, dove se ne stava spaparanzato lui, ma seduta su di una sedia della cucina, messa in fondo al salotto.”

Rimasero tutti di stucco. Cessarono di colpo tutti i commenti. Il racconto breve, scioccante e coinciso dell’anziana odorava fortemente di verità e così nessuno mise in dubbio la storia appena ascoltata. Lasciarono il pianerottolo, uno ad uno, come erano arrivati, nessuno proferì parola, scesero le scale con addosso la sensazione che ancora una volta la realtà aveva superato di gran lunga l’immaginario.

 

Edoardo Romagnoli