Archivio mensile:settembre 2012

Panem et circenses, alla pratese.

 

Fin dai tempi della Roma repubblicana arrivando sino ai giorni nostri, il “panem et circenses” è sempre stato un modo per placare i malumori del popolo.

Che mangino, che si divertano, sperando che distolgano l’attenzione dai problemi che non riusciamo/vogliamo risolvere.

“Io son di Prato, m’accontento d’esser di Prato, e se non fossi nato pratese vorrei non esser venuto al mondo, tanto compiango coloro che, aprendo gli occhi alla luce, non si vedono intorno le pallide, spregiose, canzonatorie facce pratesi, dagli occhi piccoli e dalla bocca larga (…), e fuori dalla finestra, di là dai tetti, la curva affettuosa della Retaia , il ginocchio nudo dello Spazzavento, le tre gobbe verdi del Monte Ferrato, gli olivi di Filettole, di Santa Lucia, delle Sacca, e i cipressi del Poggio del Fossino, sopra Coiano. E questo dico non perché son pratese, e voglio lisciar la bazza ai miei pratesi, ma perché penso che il solo difetto dei toscani sia quello di non esser tutti pratesi.”

(Curzio Malaparte, “Maledetti toscani”)

Quando mi capita di dovermi presentare, la seconda cosa che dico dopo il mio nome è sempre la solita: “ … e vengo da Prato.”. Alle volte, di fronte all’aria smarrita di certi interlocutori che sembrano esplorare, a vuoto, una cartina immaginaria, mi tocca aggiungere: “Vicino Firenze.”, non senza qualche fatica. Perché in fondo il pratese vive da sempre una crisi d’identità che nemmeno Malaparte è riuscito a curare, dalla quale neppure il ben noto campanilismo toscano la potrà mai salvare, pur non avendo niente da invidiare e tanto da offrire.

Prato è la terza città del centro-Italia, dotata di un distretto tessile che è stato a lungo il fiore all’occhiello della città, per sfiorire con l’inverno della crisi, ha dato i natali ad illustri personaggi, è sede del Museo d’arte contemporanea Luigi Pecci, nonostante le gravi difficoltà, uno dei più importanti musei nel panorama nazionale ed internazionale, ed ospita, con enormi ostacoli d’integrazione, una delle comunità cinesi più popolose d’Europa.

Nonostante ciò Prato, si sente un po’ come la sorella bruttina, sembra vivere all’ombra di una figura ingombrante che le dorme nella stanza accanto, prova ad intercettarne la luce, ad indossarne i capi consumati, ma con la triste coscienza che i passanti le dormono nel letto, la notte, per risvegliarsi il mattino seguente e passare la giornata a Firenze.

 

PRATO, SETTEMBRE 2012.

La città è stata divisa in quattro parti, il centro rimane la Piazza del Comune dalla quale si dipanano le linee immaginarie degli antichi rioni medioevali.

Come fantasmi spuntano nuovi quartieri delimitati da nuovi confini, ognuno col suo bel vessillo, il suo colore d’appartenenza e il suo animale sullo scudo.  La nuova divisione segue quella medioevale, leggo dal sito ufficiale della Palla Grossa, sezione “ Cenni storici”:

La cinta muraria, iniziata intorno al 1175 e terminata nel 1196, era costituita da blocchi squadrati di pietra alberese rinforzata da torri e bertesche e dotata di otto porte: porta San Giovanni, porta Tiezi, porta Capo di Ponte, porta Corte, porta Santa Trinita, porta Fuia, porta Gualdimare e porta al Travaglio.

Le porte dividevano la terra in otto circoscrizioni omonime nelle quali era divisa la città; per semplificarne l’amministrazione, il Comune decise di riunire le otto porte a coppie di due.

Ecco che gli “ottavi” diventarono i “quartieri” della città:

  • – Porta San Giovanni e Porta al Travaglio (quartiere di Santo Stefano); lo stemma era costituito da un leone giallo in campo rosso;
  • – Porta Gualdimare e Porta Fuia (quartiere di Santa Maria); lo stemma era costituito da un orso nero in campo giallo;
  • – Porta Santa Trinita e porta a Corte (quartiere di Santa Trinita); lo stemma era costituito da un’aquila rossa in campo bianco;
  • – Porta Capo di Ponte e Porta Tiezi (quartiere di San Marco); lo stemma era formato da un drago verde in campo rosso.”

 

Erano tempi in cui i Papi faticavano, ancora, ad accettare l’idea di abbandonare il potere temporale accumulato nei secoli e così anche la manifestazione pratese non volle e non vuole rinunciare al sacro, ad ogni rione la sua chiesa, vengono spartite le quattro principali chiese cittadine: Santa Trinita (chiesa di San Domenico-rosso), San Marco (Chiesa di San Marco-verde), Santo Stefano(Duomo di Prato-giallo) e Santa Maria(Chiesa di Santa Maria delle Carceri- azzurro).

I pratesi per una sera si riscoprono, ma la maggior parte si scopre per la prima volta: verdi, gialli, azzurri e rossi.

Il luogo scelto per ospitare le quattro partite sarà Piazza Mercatale, per buona pace dei suoi abitanti, transennata in stile Genova, a “zone”. Qui vi si disputeranno le due semifinali, la finale e la finalina per il terzo quarto posto.

Si gioca sulla sabbia, in un campo largo 35 metri e lungo 70 dove si sfideranno i quattro rioni, ognuno composto da 25 calcianti, divisi in portieri, terzini, mediani e corridori. Che, secondo il ritrovato spirito medioevale, vengono chiamati rispettivamente: datori addietro, datori innanzi, sconciatori e corridori.

In campo, senza prendere parte al gioco, ogni squadra ha il suo capitano e il suo alfiere. A dirigere il tutto: un arbitro e due consiglieri.

Quando la palla oltrepassa lo steccato avversario finendo nella rete, si ottiene un punto, detto “caccia”, chi segna più punti, entro la fine dell’ora di gioco, vince la partita, in caso di parità chi segna la prima caccia vince l’incontro.

La palla, a dispetto del nome, non è poi nemmeno tanto grossa, un po’ più grande di una da basket, ricoperta di pelle.

Questa è, seppur in breve, la Palla Grossa a Prato, tradizione abbandonata durante il secolo di passaggio fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento per essere ripresa all’inizio degli anni ’80 con qualche disordine pubblico.

La città assume nuovi confini, nei quali sembra più facile sentirsi vicini, ma dove è anche più semplice veder nascere nuovi conflitti, farsi nuovi nemici, perché è cosa risaputa che per l’uomo è più naturale identificarsi in un gruppo attraverso ciò che odia, rispetto a ciò in cui crede, ma non sembra essere questo il caso.

I pratesi sembrano prenderla con la giusta goliardia, perché gente intelligente che sa bene quanto può valere una tradizione ripescata per i capelli dal passato dopo un lungo abbandono.

Per una sera i pratesi giocano alla maniera dei fiorentini, ma non a quella dei senesi, loro non giocano, il “Palio” è una manifestazione seria, portata avanti  fatica per secoli, un crogiuolo di tradizione che nulla ha a che vedere con il ballo in maschera mal organizzato delle cugine più a nord.

Senza fare i guastafeste andiamo ad analizzare l’evento che ,alla fine, risulta esser stato innanzitutto una buona occasione per vedere Prato con indosso un altro abito, diverso da quello di sempre.

Come hanno detto in molti “ hanno reso il centro più vivibile” oppure “ hanno tolto i tossici”, “ ha rivitalizzato il centro”, “è stato a costo zero” concordo, ma con riserva, mi spiego.

1-      Sicuramente certe manifestazioni permettono al centro urbano di rivitalizzarsi e sappiamo che il flusso continuo di persone allontana i tossici, gli spacciatori e tutti quei soggetti che rappresentano, per la gran parte della popolazione uno dei maggiori pericoli per la sicurezza pubblica ed il decoro della città.

2-      Oltre ad essere una buona occasione per i negozi del centro che si sono fatti conoscere meglio dal pubblico e magari hanno incassato anche qualcosa di più rispetto al solito.

3-      Per buona parte è stato un evento sponsorizzato, non azzarderei l’espressione “a costo zero”, ma sicuramente sponsorizzato in una buona parte principalmente dall’Esselunga, memore forse del progetto di Pratilia appena autorizzato dopo un iter complesso, da una ditta edile e una di calcestruzzo di Pistoia;

E’ stato possibile anche grazie agli sponsor e all’amministrazione che, in tempi di “spending review”, dovrà riuscire nel difficile tentativo di non far pesare troppo questo inizio autunno, costellato di feste sfrenate, nei traballanti conti del Comune, ma tutti confidano nelle capacità imprenditoriali di un sindaco come Roberto Cenni che, prima di buttarsi in politica al servizio della sua città, è riuscito nel tentativo di portare, con tanto marketing e un pizzico di qualità, una ditta come la Sasch alla ribalta nazionale e internazionale, con più di 120 punti vendita sparsi in tutta Italia. Fino al fallimento e all’accusa di una presunta banca rotta fraudolenta.

Quello che non dobbiamo dimenticare è che non servono soluzioni ad effetto per questi problemi, non è organizzando due giorni di Palla Grossa e una settimana di spettacoli che si risolve il problema del decoro del centro storico.

Ben vengano spettacoli come questi, ma in questi tempi, se tanto le sponsorizzazioni erano disponibili, non sarebbe stato meglio indirizzare questi fondi ad altro? Pensate che l’Esselunga non si sarebbe fatta ugualmente una buona pubblicità assicurando il pagamento delle rette dell’asilo a famiglie indigenti residenti nel Comune di Prato? Pensate che i tossici una volta che vengono spostati dalle panchine in Piazza Mercatale possano volatilizzarsi? Semplicemente troveranno un altro luogo dove accamparsi per ricominciare la vita di sempre.

Queste sono decisioni politiche dalla miccia corta, che esaltano per un po’, magari fanno recuperare anche qualche consenso, lasciando invariati i problemi di sempre.

E’ con la politica dei piccoli passi, quella fatta di scelte quotidiane, singole, responsabili e coscienti, soprattutto da parte dei cittadini.

Come posso lamentarmi della sporcizia per le strade del centro se non faccio la differenziata, se butto per terra il bicchiere di plastica appena finita la bevuta,  se piscio dietro al Comune perché i cessi a pagamento vogliono 20 centesimi o sono troppo lontani.

Come posso lamentarmi che i cinema del centro, luoghi dei primi timidi incontri, stiano scomparendo se poi mi infilo sempre come una formica al Vis Pathè per vedere l’ultimo “troiaio” americano.

Come posso lamentarmi se il Museo Pecci organizza mostre ed eventi con la frequenza con la quale uno stitico frequenta il bagno, se quando c’è un evento lo snobbo o se comunque non ci vado mai?

Il bello è che non sono neanche questi i problemi della città, questi sono solo quelli da campagna elettorale, da spot, da dare in pasto al popolo che non capisce o non si interessa a ciò che realmente sta accadendo a Prato.

Nella nostra città diventa importante anche solo scegliere dove prendere il caffè, dove andare a mangiare una pizza, dove vedere un film, ma questa è un’altra storia.

Prato sta morendo, il secondo distretto tessile industriale d’Italia è scomparso, le ditte stanno vendendo i magazzini, i macchinari, l’epoca d’oro di Ivo Barrocciai è finita da un pezzo, ma niente sembra cambiare, il lago è piatto, anche se sotto i pesci si stanno mangiando fra loro.

Per la cronaca il tabellino delle partite così recita:

 

 

SEMIFINALI

VERDI vs  ROSSI 3-2

GIALLI vs AZZURRI 8-0

FINALE

VERDI vs GIALLI 4-3

 

 

FINALINA

AZZURRI vs ROSSI 9-4

 

 Edoardo Romagnoli

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London Apocolympics

La città è piena di addobbi a cinque cerchi, dal Tower Bridge all’ultimo dei negozietti ad Archway, mostrano tutti fieri i simboli che il marketing è riuscito ad inventare, mentre i “souvenir shops” sono invasi da ogni tipo di articolo, dalla penna alla valigia, su cui è stato possibile stampare l’immagine di Wenlock e Mandeville, le due ciclopiche mascotte di questi giochi.

Camden Town, un cielo fermo che minaccia pioggia, nessuno se ne cura, fa da sfondo ad un pomeriggio pigro. Corro seguendo Mike, lui ha il passo svelto, io non sono fluido, vado a sbattere contro migliaia di gomiti, spalle e mani, attaccate a volti umani che sfilano rapidi con passo di giostra. Mike, vercellese di nascita, eritreo d’origini, veniva al liceo con me, due anni avanti, ma dopo il diploma lo persi. Venni a sapere qualche tempo fa che aveva deciso di seguire l’Università a Londra e così appena atterai, cercai di mettermi in contatto con lui. Lo ritrovai, ingrassato, felice e sul punto di partire per la Catalogna da lì a poco, per raggiungere il marito della sorella che si è messo a coltivare della terra, vicino a Barcellona. Ed eccoci lì, sotto questo cielo color piombo, a correre verso un appuntamento di cui avevo capito ben poco.

Corremmo sfilando case uguali, bianche, con i muretti bassi di mattoni, quadrati di cemento e giardino e ampie finestre basse, con le solite pesanti tende dietro le quali si potevano immaginare dei salotti nascosti.

Dopo centinaia di case bianchi, arrivammo davanti ad un portone blu, con attaccato sopra un foglio, solo dopo un’attenta lettura capii essere un’ingiunzione di sfratto, lì su quella soglia, in quel breve tempo fra il suono del campanello e l’apertura della porta, mi tornarono alla mente, come a cascata, pezzi di conversazione persi nella memoria, ma non ebbi il tempo di completare nessun pensiero.

Quando ci aprirono, fui avvolto da un odore che riportai a quello di coperte stantie, salsicce, burro e olio, sulla soglia un ragazzo dai lunghi capelli rossi con un lucente apparecchio in bocca, ci invitava ad entrare. Ci fece strada nell’oscurità della casa. Un corridoio stretto e lungo percorreva il piano terra, la moquette si arrampicava per le scale, su per i piani superiori, si allungava in tutte le stanze, portando con sé un acre odore di polvere. Scendemmo una scaletta di legno senza il corrimano e raggiungemmo un locale davanti alla cucina, la stanza più grande della casa con il solo difetto di avere il soffitto sfondato, retto da una coperta che sembrava uno spinnaker. Feci un giro rapidissimo con gli occhi, di quella porzione di casa. Una porta finestra rotta, riparata alla meglio con un cartone, un mare di sigarette spente, cartine strappate e cenere sul pavimento, vidi anche le salsicce con il loro odore muffoso, abbandonate in una padella sommersa da due dita di olio torbido.

Lì sparsi fra un divano, qualche sedia e una panca in legno, se ne stava un esercito di nove ragazzi dai calzini sporchi e dalle facce sorridenti. Mi presentai, era ufficiale, ero in una casa occupata da squatter, quelli che da noi vengono chiamati, in maniera meno altisonante, occupanti abusivi. Riconobbi che loro, come altri gruppi, avevano una certa tendenza ad assomigliarsi. Non pensavo , ma anche lo squatter, per condizione o volontà, ha una sua divisa, un suo codice apparente di riconoscimento. E allora, pantaloni bucati, maglie logore, scarpe consumate fino all’apertura della punta e tatuaggi a tema.

Cercai un angolo e mi sistemai, come al cinema, immergendomi in una realtà totalmente estranea, di cui non conoscevo i codici, i modi, niente. Sono ragazzi diversi, c’è la figlia della ricca borghesia di South Kensington che non vuole stare a casa per vedere babbo e mamma che fanno festini a base di coca con la Londra bene che scorrazza per casa. C’è un ragazzo lituano che suona la chitarra come un Dio, c’è lo squatter tedesco che sta girando da anni l’Europa, e poi ci sono Ed Greens, un irlandese musulmano e D, un mastodontico ragazzo di colore, dagli occhi piccoli e la voce rotta e potente da megafono.

Tutti con una cosa in comune: la voglia di non tornare a casa.

Mi raccontarono di loro, degli 8 mesi che hanno vissuto in una tenda piazzata in una piazza del centro durante “Occupy”, parlammo di politica fino ad arrivare al New World Order, un tema non trascurabile per chi crede in un “Sistema”, la madre di tutti i complottisti. Capii che gli inglesi sono aiutati nei loro ragionamenti, anche dalla lingua, che non permette articolate costruzioni barocche, di girare intorno alle cose, ma solo di inquadrarle e colpirle in pieno.

Ecco perché quando arrivammo a parlare delle Olimpiadi fui colpito dalla fredda logica che traspirava tra le pieghe calde della rabbia. Feci le tre del mattino, ma quando uscii non pensavo alla lezione che avrei dovuto seguire il giorno dopo. Sul notturno verso casa pensavo solo a quella stretta, sporca e vibrante casa occupata a Camden, dove trovai un’altra Londra, altri Londinesi e nessuna chiamata a cinque cerchi.

Edoardo Romagnoli

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