Cliente ingrato part.4

PARTE 4 – PASTICCERIA SPAGNUOLO

“La pasticceria è la branca specialistica della cucina, è come la chimica e necessita di adeguate conoscenze che non hanno mai fine”  (I. Massari, World Pastry Stars 2019)

Proprio accanto al Focacciotto sorge l’antica pasticceria Spagnuolo. Un nonsoquantimetri quadri diviso in due da una parete che separa il laboratorio dal bancone, un microcosmo tutto specchi e trasparenze con le pareti rosa marshmallow, popolato da un terzetto tutto al femminile composto dalla proprietaria pasticciera e due bariste.

Lo spazio è piccolo, una volta tolto quello per il laboratorio e per il bancone, rimane un corridoio largo due passi e mezzo dall’ingresso, ma questo non deve averli scoraggiati se in fondo a questo miglio in scala sono riusciti a infilarci un tavolino e due sedie, forse pensate per chi volesse godere in compagnia di quella magnifica vista sul traffico di via Gallarate.

Per completare l’opera con un occhio all’efficienza energetica hanno deciso di mettere una porta scorrevole automatica che, in quella penuria di metri quadri, si apre al primo movimento disperdendo calore d’inverno e fresco d’estate in un ciclo della morte infernale. E questo accade non solo quando si è dentro, ma anche quando si cammina sul marciapiede davanti alla pasticceria, forse per un problema al sensore o per una sagace strategia di marketing.

Fatto sta che fu proprio quella porta a farmi entrare per la prima volta. Ricordo che mi si aprì alla sinistra in una caldissima domenica mattina dei primi di settembre di qualche anno fa e non potei fare a meno di varcarla per una strana forma di cortesia che spesso mi domina e mi confonde. A quel punto mangiai un bignè alla cioccolata in piedi sul bancone, giusto per non fare la figura di quello che entra e non consuma, combattuto tra il fresco dell’aria condizionata e l’afa che entrava dalla porta rimasta aperta.

Il bancone è sempre stato una meravigliosa vetrina sul lunatismo umano e su come la voglia di fare sia già un ottimo punto di partenza per fare bene qualcosa, di qualunque tipo.

Diciamolo subito: non si mangia bene, ma neanche da schifo, diciamo che siamo sotto quella che dovrebbe essere considerata la media standard che comunque a Roma è difficile da raggiungere. E’ tutto un vorrei, ma non posso. Un saprei come farlo, ma non mi va ed è in questa terra dell’incertezza che nascono i mostri. Le crostatine alla frutta ingellate da palate di colla di pesce o i cornetti marmorizzati da una coltre di glassa crepata e tutta una serie di piccole imprecisioni che però in pasticceria hanno il potere di rovinare tutto. Come se non bastasse ad aggravare il tutto ci sono due elementi che combinati insieme hanno una reazione letale: l’essere sempre aperti e avere pochi clienti. Condizione che alza, e non di poco, le probabilità di mangiare un bel bignè ripieno di una crema ormai stanca di stare lì dentro.

Nonostante tutto però un po’ per pigrizia, un po’ per affezione ho continuato ad andarci con una costanza senza senso. Due anni o poco meno. Poi l’ultima volta:

  • Ma a cosa stracazzo pensi dico io…

Non faccio in tempo a entrare che dall’oblò del laboratorio spunta la proprietaria che inizia a inveire contro una delle malcapitate bariste su un ordine non preso, a quanto pare avevano chiamato per una torta, nessuno lo aveva segnato e quando hanno richiamato per sapere a che ora potevano passarla a prendere è scattato il panico.

  • Va bene, va bene, ma ne parliamo dopo – provava a calmarla la ragazza, mentre rassicurava i suoi fedelissimi clienti ruotando un indice intorno alla tempia.
  • Ma che dopo, dopo nun te devo dì niente… mo devo core pe fa sta torta – insisteva la boss incurante delle 5 persone che affollavano il locale

Il mio turno arrivò solo quando calò il silenzio qualche strillo dopo, a quel punto indicai tre pasticcini random e provai a guadagnare l’uscita mentre le bariste, ben istruite, mi ammiccavano riguardo una certa happy hour ‘Spagnuolo’ delle 19. Probabilmente un modo per ottimizzare quelle 65 ore settimanali di apertura.

Mi era già successo di essere testimone delle loro litigate e quella non fu certo tra le più accese, ma ne subii l’effetto ‘ultima goccia’. Da allora non sono più entrato, anche se quella maledetta porta continua ad aprirsi ogni volta che ci passo davanti.

 

 

Cliente ingrato part. 3

PARTE 3 – FOCACCIOTTO

Qualche anno più tardi mi sono trasferito, non troppo lontano da San Lorenzo, ma quel tanto che bastava per cambiare il giro delle mie frequentazioni enogastronomiche. Così da Otello passai al Focacciotto. Una pizzeria al taglio con affaccio su via Gallarate gestito da marito e moglie, stessa formazione di Pino alla piazzetta.

Sarebbe stata una semplice pizzeria al taglio dispersa nel formicaio dei forni romani se non avessero avuto un’intuizione talmente improbabile da funzionare alla perfezione: il focacciotto. In pratica una pizza in miniatura con il cornicione alto, condibile a tuo piacimento, alla modica cifra di 3 euro e 50.

Lo so che scritta così non rende, ma voi immaginate una specie di pizza giocattolo superinstagrammabile, talmente gustosa e piccola da indurvi subito al bis. Fu amore a prima vista, tra l’altro ai tempi il mio stomaco aveva la dimensioni di un marsupio per cui non avevo neanche il problema di dovermi saziare.

Come se non bastasse in quell’angusto locale avevano incastonato un piccolo frigo delle meraviglie, stracolmo di bevande esotiche al mango e papaya, birre artigianali del convento dei frati trappisti del 1369 e di intramontabili miti come la Coca in vetro o la cedrata Tassoni. I prezzi lo rendevano una gioielleria mimetizzata da frigo.

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Non voglio sembrare un talent scout, ma è con la stessa boria di Pippo Baudo o del fan di Calcutta ante litteram che scrivo senza tema di smentite che: oggi sono in tanti a conoscerlo, ma quando ci sono andato per la prima volta era ancora una improbabile startup. Un bilocale con un forno e tre sedie, ancora poco frequentato, ma chi ci andava lo faceva solo per addentare quella minipizza che già si stava facendo un nome nella zona. La pizza a taglio era diventata solo un antipasto in attesa del focacciotto o come riempitivo subito dopo; fu la prova definitiva che la gente non aveva fame di pizza, aveva fame di novità.

Oggi si sono allargati e dove una volta c’era uno di quei negozi che fanno targhe e coppe adesso è nato il Birracciotto, il locale gemello con un’ampia sala dove si vendono le birre artigianali più costose del Pigneto. Perchè, se qualcuno nutrisse ancora dubbi a riguardo, il vero business non è tanto il focacciotto, quanto le primizie del frigo.

Appena è diventato di moda l’ho mollato con la stessa leggerezza d’animo con cui l’Udinese rivende ogni anno i centrocampisti sudamericani. Troppa gente, troppo entusiasmo. MA se c’è una cosa che ho imparato in questi lunghi anni di rapporti con gli esercenti è che non bisogna mai escludere il ritorno, anche perchè quando ritorni non ti perdoneranno facilmente il tradimento.

  • AH! Eccolo qua, non si saluta più?
  • Ma sono appena entrato mi dia il tempo
  • AH! Mo pure del lei mi dai, ma na vorta nun eravamo intimi

Ora intimi mi sembra un parolone, avrei detto più conoscenti, ma decisi di non controbattere, so come finiscono certe cose, ma lui non voleva demordere. Non riuscivo a capire perchè nonostante tutto il successo di cui godeva si fosse indispettito così tanto della mia assenza e in un attimo venni incellophanato dai sensi di colpa. Provai ad accampare scuse del tipo:

  • No ma ho iniziato a fare la spesa…è solo per quello!
  • Ambè ha iniziato a fare la spesa lui…allora annamo tutti a fa la spesa e scordamose degli amici

Inutile scrivere che da quel ritrovo fra vecchi conoscenti ne sono uscito talmente malconcio che neanche i 50 euro di focacciotti e birre artigianali sono riusciti a risollevare la situazione. Il focacciotto è ancora lì con il suo birracciotto a fianco, ma ancora non sono riuscito a tornarci.

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Tulipark

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Cliente ingrato part.2

PARTE 2 – OTELLO

Otello aveva un buco a San Lorenzo e vendeva solo cose caserecce, almeno questo era quello che ripeteva sempre. Il pane? Casereccio. La cicoria? Casereccia, ma casereccio pure il vino, l’acqua e i taralli preconfezionati, casereccia pure la mozzarella, il salame e la bevanda all’aloe di cui mi sono ingozzato per un anno intero. Già perchè fu Otello, con il suo alimentari casereccio, a crescermi per un intero anno di master; credo di non aver saltato una pausa pranzo e più di una volta penso di averci anche cenato. Mi sembrava veramente l’archetipo dell’onesto commerciante che fa buon viso a cattiva sorte e lavora come un mulo per tirare a campare onestamente.

Non riusciva a trovare un suo pubblico. Non era la drogheria sotto casa, non era un posto per andare a mangiare fuori la sera, funzionava solo nelle pause pranzo, ma non sempre, solo quando intercettava i lavoratori di Termini e i loro buoni pasto. Gli studenti della Sapienza non ci entravano neanche per caso, pizza e kebab battevano panino casereccio anche a parità di prezzo, maledetta gioventù!

Aveva anche inventato una formula tutta sua per sfruttare il passaggio che si creava davanti al negozio, durante l’ora dell’aperitivo, allestendo un tavolino con delle sedie in un mini cortile interno, con le pareti in cemento, che aveva nel retrobottega. Ma non funzionava.

Con me però funzionava, eccome se funzionava; almeno per quell’anno. A volte ci andavo anche solo per comprare il pane, ma riusciva sempre a farmi uscire con tre bottiglie di vino d’uva casareccia, una forma di cacio cavallo casereccio delle sue parti, ignoravo che a Settecamini si facesse il formaggio, e qualche affettato random tagliato spesso, perché gli affettati caserecci vanno tagliati spessi. Poi ho smesso, senza un motivo e forse anche per questo mi sono sentito in colpa e ho continuato a passare anche solo per un saluto volante, che inevitabilmente si traduceva in una mini spesa insensata di prodotti caserecci. Fino al giorno in cui trovai al suo posto un ristorante cinese, specialità da asporto.

Cliente ingrato

PARTE 1

Il primo è stato Pino, Pino alla Piazzetta. All’epoca abitavo immerso nel fracasso di via dei Ramni, a San Lorenzo, e il piccolo ristorante a conduzione familiare di Pino e sua moglie si trovava a 2 minuti dal mio frigo, incastrato fra via di Porta Tiburtina e via Tiburtina antica. La piazzetta in realtà non c’era, l’aveva creata lui grazie a una sagace combinazione di fioriere, tavoli e ombrelloni, togliendo metri quadri al marciapiede.

Un menù enciclopedico fatto di carne, pesce, affettati, pizza, zuppe, dolci, e, come tutti i ristoranti/trattorie di Roma: “la miglior cacio e pepe in città senza l’aggiunta di panna”; una precisazione, quella sulla panna, che mi ha sempre inquietato. Ovviamente pensava a tutto la moglie che sgobbava come un treno merci sbuffando ogni sera in cucina, mentre Pino si occupava delle ordinazioni, nel senso che ordinava lui per te. Le storie in merito non si contano, alcune di quelle sono diventate leggenda.

Pino si sentiva fondamentalmente un incompreso, anche quando le cose andavano bene. Non gli piaceva quella clientela che si era fatto grazie alle convenzioni strette con alcune guide turistiche.

  • Almeno venissero i giapponesi- ripeteva- o gli americani, invece no! Solo i tedeschi, vengono solo quelli!

Non si capacitava del fatto che non ci fossero folle oceaniche di romani, giapponesi e americani a fare la fila per la sua cacio e pepe, la sua bistecchina di vitello o per quella torta alle mele che comprava sempre con tanto amore. E allora fece una scelta coraggiosa, alzò l’asticella e forse per un malinteso lessicale: decise di aggiungere ai primi gli spaghetti all’astice. Era sicuro che quello non sarebbe stato soltanto l’ennesimo piatto di un menù con più pagine del Talmud, ma la svolta per quel suo amato ristorante nato dalle ceneri degli anni Settanta.

Questa storia dell’astice gli prese la mano in poco tempo. Il fatto è che da Pino già era difficile ordinare in condizioni normali, figuratevi dal momento in cui quel maledetto crostaceo fu inserito nel menù. La scena solitamente era questa:

  • Salve ragazzi
  • Ciao Pino, come stai?
  • Bene, bene. Allora sedetevi, intanto vi porto un’acqua, del pane e gli spaghetti all’astice.

Per rendere il tutto più glorioso o per giustificarne il prezzo Pino aveva iniziato a fare lunghe sfilate, avanti e indietro dalla cucina, con questo animale adagiato su un letto di insalata, legato per le chele con del nastro blu, a far bella mostra di sé davanti ai clienti prima di essere immolato alla causa.

Purtroppo appena le cose iniziarono ad andare bene, la macchina del fango si mise in moto. Le malelingue iniziarono a spargere la voce fra i tavoli che in realtà l’astice fosse sempre il solito, tenuto nascosto da qualche parte pronto per essere mostrato all’occasione e che quegli spaghetti fossero conditi con del gambero marino in scatola. Scelsero anche un nome per quella specie di animale domestico da esibizione: lo chiamarono Luigi.

E succedeva spesso che quando si sentiva qualche nuovo avventore ordinare gli spaghetti all’astice, la piazzetta iniziasse a rumoreggiare, in trepida attesa di vedere l’ennesimo ingresso trionfale di Luigi dalle cucine. Durante gli ultimi sabato sera di gloria in cui il locale pullulava di clienti, si poteva assistere anche ad un duplice, triplice ingresso, c’è chi giura di averne visti fino a sei. Pino dopo esser riuscito a rifilare sei astici in un tavolo da dieci iniziò la solita danza per mostrare ad ogni singolo commensale l’unicorno dei mari con cui avrebbe condito i suoi spaghetti. Solo che stavolta fu diverso, quel raro caso di parto esagemellare di crostacei non convinse nessuno. Furono in molti a chiedersi: ma perchè uno per uno? Perchè non li porta tutti insieme? Qualcuno, probabilmente un esperto, arrivò a dire che quegli astici si somigliavano troppo per essere sei animali diversi. Non saprei a me gli astici sembrano tutti uguali. Inutile dire però che per gli scettici fu l’ennesima conferma di ciò che avevano sempre sospettato: nella cucina di Pino, fatta eccezione per Luigi, di astici vivi non c’era neanche l’ombra.

Per qualche tempo continuai ad andarci con lo stesso senso del dovere con cui si va a pranzo dalla nonna. Poi però lo sapete come funzionano queste cose, uno si stufa, vuole provare altro, e poi a Roma è un attimo, ti sposti di mezzo isolato e cambia tutta la percezione e via dei Ramni tutta d’un tratto diventò terra di nessuno e con lei anche la piazzetta immaginata da Pino.

Un giorno preso dalla nostalgia decisi di tornarci, anche solo per salutare chi, a caro prezzo, mi aveva sfamato per un bel po’. Lo trovai insieme a sua moglie e una cameriera seduti ad uno dei tavoli all’esterno, in quello che sembrava un picchetto di protesta contro il niente. Gli andai incontro come un vecchio amico, ma dovetti ingoiare quarantacinque minuti di amarezza e rimostranze che sbattè in faccia come se la colpa del suo imminente fallimento fosse stata mia, il tutto condito da dei mugugni a intervalli regolari emessi dalla moglie. Fui talmente sommerso da quella valanga di rimostranze che ad un certo punto misi in discussione anche il libero arbitrio di cui gode un cliente nel mercato libero dei ristoranti. Ma come- continuava a urlarmi- ti trovavi bene da noi, perchè cambiare? Perchè mangiare altro, altrove? Di tutte le risposte che mi suggeriva il cervello non ne dissi una.

Da allora non ci sono più tornato e il mistero dell’astice nessuno lo ha mai risolto perchè Pino ha chiuso prima, adesso nella piazzetta che aveva immaginato hanno aperto un ristorante pizzeria dedicata a Pitagora, c’è chi giura che lì si mangi la migliore cacio e pepe di Roma, senza l’aggiunta di panna.

 

Non ce n’è per tutti?

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Marocco

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Il palazzo da immaginare

Marrakech è cotta da un sole bianco di cui si perdono i contorni, dicono sia il più caldo dell’anno e non stento a crederci. La luce si schianta contro le mura rosse in terra battuta del Palazzo El Badi, strappando viottoli d’ombra dentro cui ci si immerge per respirare nei 48 °C della città vecchia. Siamo nella parte nord orientale della Kasbah a metà della strada che porta al quartiere ebraico, il Mellah.

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I luoghi parlano, è talmente vero che nonostante lo si dica spesso non ha perso ancora senso, ma fa così caldo che è difficile immaginare ciò che fu. Queste mura rosse in terra battuta, in piedi da quasi mezzo secolo, sono a difesa di ciò che resta di uno dei gioielli dell’arte islamica. Il palazzo di rappresentanza voluto dal sultano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi per celebrare la vittoria nella battaglia di Alcazarquirivir, nel Marocco portoghese. Un simbolo del potere, usato per le udienze solenni, le feste e per ospitare le ambasciate straniere, una meraviglia del mondo.

Ci vollero 25 anni per completare le 360 stanze, le decorazioni del cortile da 135 metri in cui era incastonata una piscina da 90 metri di lunghezza e 20 di larghezza, i marmi italiani, l’oro, gli intonaci, gli affreschi, i 53.000 m2 di legno intagliato, i 10.000 m2 di zellige, i mosaici, le fontane e i giardini. Talmente sfarzoso che venne chiamato قصر البديع, il Palazzo dell’incomparabile. 

La storia iniziò quando il sultano Abd Allah al-Ghalib, ormai prossimo alla morte, nominò suo erede il figlio Abū ʿAbd Allāh Muḥammad II al-Mutawakkil, detto lo scuoiato, contravvenendo alla tradizione Sa’diana che imponeva ai sultani di nominare il proprio fratello minore. La decisione mandò su tutte le furie il legittimo discendente, Abu Marwan Abd al-Malik I, nonché zio del neo sultano, che decise di fare guerra al nipote. Così tornò dall’Algeria, dove si era rifugiato quando suo fratello divenne sultano, invase il Marocco con l’aiuto di un esercito ottomano, spedì il nipote in esilio in Portogallo e prese il potere.

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Passano poco più di due anni e il nipote tornò a reclamare il trono, stavolta accompagnato dalle truppe di Sebastiano I di Aviz, re del Portogallo, socio per niente disinteressato. E’ il 4 agosto del 1578 quando sul campo di battaglia di Ksar El Kebir, le truppe del sultano Abu Marwan Abd al-Malik I si trovano schierate contro quelle del nipote usurpatore Muḥammad II al-Mutawakkil supportate da 23mila soldati portoghesi, re compreso.

Interessi diversi convergevano sulla stessa spianata di sabbia. Il sultano Malik I voleva consolidare la sua posizione sul trono, il nipote Muhammad II aspirava a riprenderselo, mentre il re Sebastiano I di Aviz, vista la crisi dei commerci con Asia e America, era interessato a sfruttare l’occasione per rimettere le mani sulle colonie portoghesi in Marocco.

Le ambizioni del Re portoghese e dell’aspirante sultano si rivelarono ben presto sproporzionate rispetto alle forze effettive che riuscirono a schierare in campo. Il sultano dispiegò oltre 60mila uomini che in 4 ore riuscirono a tenere testa ai 32mila invasori, i portoghesi subirono 9mila perdite e dovettero pagare un riscatto enorme per liberare gli oltre 16mila prigionieri.

Come spesso accade in guerra però non ci furono vincitori. I tre re morirono tutti, per questo viene ricordata come la Battaglia dei Tre Re. Sebastiano I di Aviz morì sul campo e il suo corpo non venne mai ritrovato, Muhammad II morì annegato nel tentativo di scappare e Malik I morì di vecchiaia prima della fine della battaglia. Anche Al-Dhahabi, il fratello minore del sultano, che decise di impiegare i soldi del riscatto dei portoghesi per costruire il Palazzo, farà appena in tempo a vedere la conclusione dei lavori, nel 1603, prima di morire anche lui.

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El Badi continuerà a splendere fino al 1672 quando Mulay Ismāʿīl ibn ʿAlī al-Sharīf divenne sultano e decise di spostare la capitale da Marrakech a Meknes. Il trasferimento prevedeva che venisse saccheggiato anche l’incomparabile, in modo da usare i suoi pregiati materiali e i preziosi arredi per costruire la nuova reggia, nella nuova capitale. Il lavoro fu lungo e laborioso, ci vollero dieci anni per svuotarlo di tutto ciò che conteneva. Non è dato sapere se fosse uno sgarbo fra dinastie, quella alawida a quella sa’diana, una forma di economia domestica o tutte e due le cose insieme. D’altronde, se è vero ciò che si narra, nonostante le ricchezze non dovessero mancare, non doveva essere facile, neanche per un sultano, sostenere le spese delle oltre 500 concubine e degli 867 figli.

Oggi non è rimasto quasi niente, se non la forma della piscina e qualche mattonella superstite, neanche del Palazzo Reale a Meknes è rimasto granchè, oggi queste mura rossa in pisé fanno da scudo ai nidi che le cicogne hanno decise di costruire sugli ultimi bastioni.

 

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New York

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Matti da LEGALE

Dal 16 al 18 febbraio a Ciampino si è svolto il Canapamundi, la Fiera internazionale della Canapa. Inutile dire che quest’anno, per la prima volta, la grande attrazione era l’erba LEGALE. Cos’è l’erba legale? In pratica è come l’erba ILLEGALE, ma senza thc, o meglio con una quantità di thc al di sotto del limite di legge di 0,6.

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Disegnato da: AVOZ

CANNABIS LIGHT LEGALE, MA SOLO PER USO TECNICO

Oltre ai soliti marsupi degli Intillimani in canapa andina, ai semi da ‘collezione’, i volantini e i grinder fluorescenti c’erano una quantità di prodotti a base di cannabidiolo, cbd, da riempire un granaio egizio. Dalle gomme da masticare al latte passando per il collirio, la birra, il gelato, i cerotti, i liquidi per le sigarette elettroniche e le farine. Però vi avverto è inutile che giriate in cerca di qualcosa che vi faccia dimenticare che il 4 marzo si vota, non troverete niente che travalichi lo 0.6, il limite oltre cui la molecola del thc non viene più tollerata.

Eppure, piaccia o no, la marijuana light ha trovato un grande mercato ad aspettarla in Italia, un mercato da circa 40 milioni di euro. In principio fu l’Easy Joint che ebbe la brillante idea di vendere, alla modica cifra di 17 euro al barattolo, gli scarti delle infiorescenze femminili della varietà di canapa sativa a uso industriale. Naturalmente varietà già presenti nell’elenco ufficiale delle sementi coltivabili in Italia e quindi con un livello di thc che non contrasta con la legge sugli stupefacenti (DPR 309/90).

Dall’Eletta campana in barattolo da 10 gr la qualità si è evoluta insieme al numero di varietà, fino a raggiungere un livello talmente sofisticato che l’unica differenza dovrebbe essere solo nella percentuale di thc. Ma è davvero così? Per avere una risposta quantomeno sarebbe necessario aver fumato almeno una buona parte delle numerose varietà di erba legale in commercio, cosa che non solo non potrei fare con rapidità, ma che non ho nemmeno alcuna intenzione di fare.

Anche perché:

  • I prezzi sono mediamente molto alti per qualità di cannabis che, per quanto simili, non assomigliano, anche da un punto di vista estetico, a quella di un qualunque dispensario californiano;
  • Nonostante ne capisca il fondamentale ruolo di step intermedio in questo difficile processo culturale, ancora più complesso in questo Paese, non mi sono mai piaciuti le versioni free, sugar free, alcool free etc…ma poi voi lo sostituireste mai un bel porto invecchiato con uno invecchiato uguale, stessa marca, magari anche simile nell’odore e nel gusto, ma analcolico? Io no.

Oltre al fatto che la normativa è una follia. Questa cannabis che chiamiamo legale, in realtà è illegale se viene fumata. L’uso che bisogna farne è indicato sui barattoli:’Uso tecnico’, ma ancora in pochi hanno capito di cosa si tratta.

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Cannabis Tecnica (credit http://www.easyjoint.it)

CANNABIS TERAPEUTICA

Erba legale, ma non medica. Per quella medica, che può contenere anche alte percentuali di thc, serve sempre e solo la ricetta medica non ripetibile. Si tratta della ricetta ‘bianca’ redatta da un medico iscritto all’Ordine dei medici italiani secondo le modalità previste dalla legge Di Bella (Legge 94/98). Oltre ai dati necessari, il medico prescriverà la sostanza, per esempio cannabis flos 19%/22% thc – 50 mg, indicherà il marchio di cannabis, Bedrocan, Bediol, Bedica, FM2, la modalità di assunzione, cartine, filtri, bustine, soluzione oleosa, capsule apribili per tisana, tintura, collirio, e il numero di dosi o la quantità. Viene prodotto dall’Istituto farmaceutico militare di Firenze, consiste in una sola varietà, chiamata Fm2, Fm sta per ‘farmaceutico militare’ e 2 indica il numero dei principali cannabinoidi contenuti, il thc ed il cbd in infiorescenze essiccate e triturate il prezzo di acquisto, il prezzo è di 8,39 euro al grammo per farmacie e ospedali. Qualitativamente è simile per composizione al Bediol olandese: il thc dovrebbe essere presente in percentuali tra il 5 e l’8 per cento mentre il cbd tra il 7,5 ed il 12 per cento. Legale sì, ma con alcune limitazioni. Infatti la cannabis a carico del Sistema Sanitario Regionale è prescrivibile solo quando le terapie convenzionali o standard sono inefficaci e ‘per le sole indicazioni terapeutiche che la Regione ha accreditato come riconosciute’. Ad oggi, gli utilizzi riconosciuti dal DM 9/11/2015 per la prescrizione gratuita sono: sclerosi multipla, dolore oncologico e cronico, cachessia, vomito e inappetenza da chemioterapici, glaucoma, sindrome di Tourette.
Per la cannabis terapeutica recentemente sono stati stanziati 2,3 milioni di euro, come fondo per potenziare la produzione. Questo nell’ottica di evitare l’importazione del prodotto da altri stati dell’Unione europea e soddisfare il fabbisogno nazionale di cannabis terapeutica che, secondo le stime, sarebbe di 350 chilogrammi l’anno.

CANNABIS AD USO RICREATIVO

Qualche tentativo è stato fatto, di recente, per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis ad uso ricreativo. Due le principali proposte sottoposte all’esame delle commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera: il ddl dell’intergruppo parlamentare del 2013 e la legge di iniziativa popolare del novembre 2016. Molti i punti in comune: la libera coltivazione ad uso personale di cannabis fino a 5 piante di sesso femminile, previa autorizzazione, e l’abolizione delle sanzioni per uso e detenzione. Detenzione consentita alle sole persone maggiorenni nella misura di 5 grammi, che potranno diventare 15 per la detenzione in domicilio privato. In un passaggio si prevedevano anche: il monopolio di Stato sui prodotti derivati dalla canapa e la loro vendita e il diritto di associarsi in ‘cannabis social club’ senza fini di lucro, fino a un massimo di 100 componenti per un massimo di 5 piante a testa. Simili nei contenuti, identiche nel finale. Tutte e due le proposte sono arenate alla fine del 2017, il ddl Della Vedova dopo esser stato spacchettato, dividendo la parte relativa all’uso terapeutico da quello ricreativo, e aver subito più di 1000 emendamenti, è stato approvato solo in alcune delle sue parti, relative all’uso terapeutico. In pratica nessuna novità è stata introdotta, ma si è deciso solamente di normare la situazione già esistente.

Un tema scomparso anche dai programmi elettorali, tranne per +Europa. Anche se, ad esempio, sui social Pippo Civati, Liberi e Uguali, si è detto a favore della legalizzazione.

LA NORMATIVA

Per i coltivatori

In esposizione al Canapamundi anche tante attrezzature per la coltivazione Indoor. Ma allora si può coltivare? Sì, ma quella legale e seguendo due obblighi:

  • Obbligo di conservare il cartellino, con le indicazioni riguardanti specie e tipologia dei semi acquistati per un periodo di almeno 12 mesi, questo vuol dire avere sempre a portata di mano il cartellino relativo alla pianta coltivata, per dimostrarne l’appartenenza ad uno dei generi ammessi dalla legge 309/90.
  • Obbligo di conservare la ricevuta di acquisto dei semi per un periodo di almeno 12 mesi, quindi, qualora tu decida di coltivare varietà legali di cannabis in casa, dovrai sempre tenere a portata di mano la fattura di acquisto dei semi, in modo che attesti così la fornitura da parte di un venditore autorizzato.

I responsabili dei controlli sono il corpo forestale e tutti gli organi di polizia giudiziaria che possono predisporre le analisi di campioni delle piante, secondo un preciso metodo ed in presenza del coltivatore, al quale dovrà essere lasciato un campione in contraddittorio. Qualora i test del campione prelevato confermassero la provenienza dei semi legali, ma con un’eccessiva percentuale di tic, oltre la soglia dello 0,6%, può essere anche disposto il sequestro o la totale distruzione della coltivazione. Viene però esclusa ogni responsabilità giuridica a carico del coltivatore. Per tale reato si rischiano dai 2 ai 6 anni di carcere.

Per chi spaccia

Lo spaccio di droga è un reato penale. Il nostro ordinamento punisce con la pena della reclusione e della multa chiunque coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa ovvero spedisce in transito, consegna per qualunque finalità o detiene per la vendita sostanze stupefacenti o psicotrope.

  • Dagli 8 ai 20 anni, con la multa, nel caso di droghe pesanti;
  • Dai 2 ai 6 anni, con la multa, nel caso di droghe leggere;

Oltre alle sanzioni amministrative:

  • sospensione della patente di guida o divieto di conseguirla fino a tre anni;
  • sospensione della licenza di porto d’armi o divieto di conseguirla;
  • sospensione del passaporto e di altro documento assimilabile o divieto di conseguirli;
  • sospensione del permesso di soggiorno per motivi di turismo o divieto di conseguirlo se è cittadino extracomunitario.

Per i consumatori

Dati recenti, contenuti nel rapporto europeo sulle droghe dell’Emcdda, European monitoring centre for drugs and drug addiction, stimano che il 31,9% degli adulti del nostro Paese di età compresa tra i 15 e i 64 anni hanno provato la cannabis almeno una volta nella vita. Siamo terzi in Europa dopo i francesi e i danesi, seguiti dagli spagnoli, tanto per dirne una: l’Olanda, dove la cannabis non è legale, ma tollerata (la parola esatta è gedoogbeleid, ma se la scrivevo non si capiva niente), è ultima in questa speciale classifica.

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(credit ww.easyjoint.it)

Ma cosa rischia questo esercito di fumatori?

L’acquisto di droga non costituisce reato, ma solo un illecito amministrativo, se è per uso esclusivamente personale.

Il problema è che la normativa non definisce in maniera chiara e univoca il concetto di uso personale, la legge si limita solo a predisporre una serie di criteri-guida di natura indiziaria, demandando poi al magistrato giudicante di individuare se, nel caso specifico, il suddetto uso sussista o meno.

I criteri sono essenzialmente tre:

  • la quantità della sostanza, se inferiore o superiore ai limiti massimi fissati nelle apposite tabelle ministeriali;
  • le modalità di presentazione della stessa;
  • ogni altra circostanza in qualche modo considerata significativa, come il rinvenimento di bilancini di precisione, sostanze da taglio o altro materiale utilizzabile per il confezionamento delle dosi;

Come viene stabilita la quantità massima detenibile per sancire l’uso personale e lo spaccio?

Con un decreto del Ministero della Salute dell’aprile 2006 si è stabilito la quantità massima detenibile grazie ad un moltiplicatore variabile e la D.M.S, cioè la dose media singola. La D.M.S è la quantità di principio attivo per singola assunzione idonea a produrre in un soggetto tollerante e dipendente un effetto stupefacente, individuata da una commissione di esperti e tossicologi. Il moltiplicatore in pratica è un numero variabile stabilito dalla Politica, ma nella forma viene presentato attraverso questa elegante formula in stile Amici miei: “Il fattore moltiplicativo tiene conto delle caratteristiche e degli effetti di ciascuna classe di sostanze e, in particolare, del grado di alterazione comportamentale, dello scadimento delle capacità psico-motorie nell’esecuzione di compiti complessi di interazione uomo-macchina (lavoro e guida) e dell’intensità del condiziona-mento psico-fisico indotti dalle diverse sostanze stupefacenti”.

Per la cannabis il magic variable number scelto dal legislatore è 20, mentre la dose media singola di principio attivo è di 25 milligrammi, per cui la quantità massima detenibile che ne risulta è di 500 milligrammi, in pratica 5 grammi (10%) che, sempre la tabella, stima in 15-20 dosi o assunzioni.

Giusto per dare un termine di paragone per l’eroina la D.M.S è di 25 mg, il moltiplicatore variabile è 10, la quantità massima detenibile 250 mg, la sostanza lorda 1,7 g (15%), il numero di dosi o assunzioni è 10. Mentre per la cocaina la dose media singola è 150 mg, il moltiplicatore variabile è 5, la quantità massima detenibile è 750 mg, la sostanza lorda 1,6 g (45%), il numero di dosi o assunzioni è 5.

Quanto sono costate le politiche repressive? (a cura di Daniele Tinti)

“Nei limiti e con le precisazioni fornite, la legalizzazione della cannabis è un approdo logico e coerente del sistema a fronte dei deludenti risultati ottenuti con una politica della criminalizzazione”

Direzione Nazionale Antimafia

La convinzione alla base delle vecchie politiche proibizioniste era che aumentando la repressione e dunque diminuendo la reperibilità delle droghe, i consumatori sarebbero stati portati a non acquistarle. Il mercato della droga però non segue le regole normali di domanda e offerta, come teorizzato da Becker, Murphy e Grossman (2006), la domanda di queste sostanza segue delle dinamiche differenti.

Se infatti è legittimo presumere che un consumatore occasionale possa essere scoraggiato da un aumento della repressione e da un conseguente aumento del prezzo, il consumatore abituale verrà invece spinto ad affrontare un rischio maggiore e a spendere più soldi pur di ottenere la sostanza.

Un’ altra caratteristica di questo mercato è la determinazione del prezzo al dettaglio.
Mentre in un mercato perfettamente concorrenziale il prezzo finale viene fissato in base a precise regole, come i costi di produzione, in questo specifico mercato sono altre le dinamiche che influiscono sul prezzo.
In particolare nel mercato della cannabis, la produzione ha dei costi molto ridotti: la coltivazione e la cura della pianta costano poco, e più si aumentano le quantità coltivate più si abbattono i costi. Ma allora come mai un grammo di marijuana costa, in media, sul mercato nero europeo, all’incirca 10 euro? Caulkins e Reuter (1998), e con loro tanti altri che hanno affrontato l’argomento, attribuiscono al rischio il ruolo chiave nelle determinazione finale del prezzo.

Il rischio più evidente nel caso del mercato di stupefacenti è quello di essere scoperti e arrestati dalle autorità, con conseguenze che variano a seconda di diversi fattori: nazione dell’arresto, tipologia di sostanza, quantità etc etc.

L’altro fattore di rischio è la concreta possibilità di restare feriti o uccisi. In un mercato illegale non esistono entità che garantiscano il corretto svolgimento della transazione, dunque l’unico modo per regolare una irregolarità è il ricorso alla violenza. Il fattore di rischio viene influenzato sia dagli spostamenti della curva di domanda che da quelli della curva dell’offerta, che dipende dalle politiche di repressione. Infatti all’aumento della domanda il rischio sarebbe ridotto per via della maggior competitività sul mercato e quindi meno possibilità di venire presi. Un aumento dell’offerta al contrario porterebbe a un aumento del prezzo, come conseguenza dell’aumento di agenti criminali interessati alla vendita del bene, con relativo aumento della possibilità di restare feriti o uccisi. Il fattore di rischio dunque fa muovere il prezzo in modo opposto a quello tradizionale: cresce con l’aumentare dell’offerta, diminuisce all’aumentare della domanda.

Dunque la repressione proibizionista non funziona. L’unica via percorribile sembra essere quella della legalizzazione. E anche in questo caso, guardando oltre oceano. È possibile prevedere che alla legalizzazione non segua un aumento dei consumi, si è assistito anzi all’effetto collaterale positivo di una riduzione del consumo di alcool. In Italia in modo particolare, legalizzare significherebbe togliere alla criminalità organizzata un mercato da miliardi di euro.

Insomma, la logica e l’esperienza degli altri Paesi sembrerebbero suggerire che la strada da percorrere per controllare la droga sia quella opposta a quella seguita fino ad ora.
Non reprimere, ma legalizzare, non ignorare, ma controllare.
Si tratta di un cambiamento radicale, resta da vedere se si troveranno politici pronti a farsi carico di questa idea, così impopolare eppure apparentemente vincente.

Lo studio del professor Marco Rossi sui costi del proibizionismo
“Recenti contributi teorici sostengono la superiorità degli strumenti fiscali nel contenere il consumo di droghe rispetto all’applicazione di una normativa proibizionista. In Italia il consumo di tabacchi ed alcolici è appunto scoraggiato tramite l’imposizione di una elevata tassazione. Questo lavoro stima quale sarebbe stata l’implicazione fiscale per l’erario nazionale se nel periodo 2000-05 il mercato delle droghe fosse stato regolato come quello dei tabacchi. Le nostre stime suggeriscono un beneficio fiscale annuale di quasi 10 miliardi euro, quasi 60 in totale. In particolare, l’erario risparmierebbe circa 2 miliardi all’anno di spese per l’applicazione della normativa proibizionista, ed incasserebbe circa 8 miliardi all’anno dalle imposte sulle vendite; 5,5 miliardi dalla sola cannabis”
(Da ‘I costi del proibizionismo‘ M.Rossi)
Becker, Grossman e Murphy, nel 2006, teorizzavano che la via della legalizzazione e della tassazione fosse maggiormente efficace rispetto a quella della repressione. Partendo da questo presupposto, il professor Marco Rossi dell’Università La Sapienza ha provato a stimare quali siano stati i costi del proibizionismo in Italia dal 2000 al 2005. Lo studio del professore fa riferimento a tre sostanze: cannabis, cocaina ed eroina. In questo articolo riportiamo solo i numeri della prima.
Per prima cosa ha stimato il volume del mercato della cannabis in Italia, che è il più grande in Europa, in 1200 tonnellate, la quantità che sarebbe stata consumata nel 2005. Moltiplicando questa quantità per il prezzo medio al dettaglio della sostanza sul mercato nero, si possono stimare 7 miliardi e mezzo di euro come spesa annuale per la cannabis.
Per calcolare il costo del proibizionismo il professor Rossi fa riferimento al metodo usato da Miron nel 2006 per fare la stessa stima negli USA.
BBL = E+ T*QL
In questo modello il costo fiscale del proibizionismo (BBL) è costituito da due poste:
a) la spesa sostenuta per l’applicazione della normativa proibizionista (E);
b) un costo opportunità, pari alle imposte (non riscosse) sulle vendite (T*QL); dove T* indica l’aliquota d’imposta ottimale (“sin tax”) e QL (volume delle vendite legalizzate) la base imponibile;
Il modello del professor Rossi identifica la spesa sostenuta per l’applicazione della normativa proibizionista (E) in tre capitoli:
E = EP (spese per servizi di polizia) + EC (le spese giudiziarie) + EJ (spese carcerarie)
Il totale delle spese sostenute per l’applicazione della normativa proibizionista (E) in Italia dal 2000 al 2005 ammontano a quasi 5,72 miliardi di euro, poco meno di un miliardo l’anno. Abbiamo visto prima come il modello stimi in 1200 tonnellate annue la quantità di cannabis consumata in Italia.
L’applicazione dal 2000 al 2005 di una “sin tax” (T*) su questi volumi stimati (QL) avrebbe implicato per l’erario italiano una entrata di quasi 32 miliardi di euro (oltre 5 all’anno). In conclusione, tra spese sostenute per l’applicazione della normativa ed entrate non riscosse, lo studio del professor Rossi stima che il costo fiscale del proibizionismo della cannabis in Italia sia ammontato a circa 38 miliardi di euro, in media circa 6,3 all’anno dal 2000 al 2005.
CONCLUSIONI
Abbiamo visto come la strada della repressione non abbia pagato, anzi. Per quanto riguarda questa situazione da terra di mezzo in compagnia dell’erba a basso contenuto di thc, spero sia solo una tappa di avvicinamento perché sembra veramente una specie di surrogato nato per un gesto di disobbedienza civile. Una roba che dovrebbe solo coesistere a corredo di una varietà di prodotti disponibili come coesistono la birra doppio malto accanto a quella analcolica e quella senza glutine.
Guardiamo il lato positivo, abbiamo anche il vantaggio di arrivare fra gli ultimi con un sacco di buoni esempi di modelli vincenti messi in campo.
Il Colorado ad un anno dalla legge che legalizzava la marijuana ha incamerato circa 60 milioni di dollari fra imposte, licenze e tasse. Per rimanere negli States è stato stimato che nel 2020 il solo mercato della marijuana a scopo ricreativo in California sarà di 7 miliardi di dollari, con un risparmio di 100 milioni di dollari risparmiati nella repressione.
Qui non si tratta di incentivarne l’uso, perché l’uso che se ne fa in questo Paese, ce lo dicono i numeri, è enorme, qui si tratta di prenderne controllo, poterne osservare le dinamiche. E’ un pò quello che sta succedendo con la prostituzione. Si dice che sia un problema di decoro, è sicuramente un problema, nella maggior parte dei casi, di sfruttamento delle donne, può comportare un rischio sanitario per chi si prostituisce e per il cliente, fa arricchire le mafie. Eppure nessuno si prende la briga di pensare ad una buona legge che possa normare il fenomeno, mettendolo sotto osservazione e magari riscuotendoci anche le tasse. Solo il buon vecchio Antonio Razzi, rimasto fuori dalle liste elettorali, che fra una accordo di pace e l’altro con la Corea del Nord aveva proposto di far riaprire le case chiuse, forse mosso dalla nostalgia dei suoi trascorsi in Svizzera.
Con una buona legge per la legalizzazione lo Stato potrebbe in un solo colpo: togliere un monopolio enorme dalle mani delle criminalità organizzate, risparmiare un sacco di soldi destinati alla repressione, creare nuovi posti di lavoro, soddisfare la richiesta di chi con la cannabis si cura e ci si diverte, oltre a contribuire al risanamento dei bilanci statali.
Adesso il problema è solo politico e non è un bene visto il momento storico che sta attraversando la Politica. Spesso si cade nell’errore di pensare che la legalizzazione sia un tema marginale, quando è tutto il contrario, non solo è un tema centrale, ma è anche trasversale che riguarda la giustizia, l’economia, la salute, le libertà individuali, solo per dirne alcune. Forse è proprio questa sua complessità che lo rende un colosso così difficile da affrontare per una classe dirigente così piccola.
Abbiamo fatto i soldi sull’alcol, sulle sigarette e sul gioco d’azzardo, ma ci facciamo scrupoli a legalizzare l’unica sostanza che più la studiano più ne trovano i benefici. Una pianta con centinaia di molecole, che abbiamo sancito tutte legali, tranne una, forse la più divertente, una pianta versatile di cui usiamo tutto, dal fusto, alle radici, ma guai a fumarvi le foglie, quelle sono solo a uso tecnico.
Siamo matti. Da Legale.
Edoardo Romagnoli