India, il grande spettacolo della miseria

Il presagio

Siamo in quota a dieci mila metri in qualche porzione di cielo sopra l’Afghanistan, sullo schermo davanti ho il fermo immagine di una hostess bionda dell’Aeroflot con tanto di spilletta, a forma di falce e martello alate, appuntata sul bavero della giacca. Sanjeev mi siede accanto da cinque ore, ma ha deciso di rompere il silenzio solo ora approfittando di uno dei miei pochi momenti di veglia.

Aeroflot flight attendant

Oksana, hostess Aeroflot

  • Sei russo?

Sorseggia del succo al pomodoro. E’ vestito di tutto punto con orologio di marca e 30 ml di gelatina in testa. Un vero gentleman, vi dico solo che non abbiamo neanche fatto a spinte con i gomiti per il bracciolo e questo dovrebbe bastare per rendere l’idea.

  • No sono italiano

Qui, di solito, si apre un ampio ventaglio di possibili risposte, si va dalla città sorteggiata a caso fra Milano, Roma, Venezia, Napoli e Firenze al quartetto difensivo senza tempo dell’Italia che prevede Baresi, Maldini, Cannavaro e Buffon. Con la variante politica che solitamente coincide o con il presidente del Consiglio in carica in quel momento o con Berlusconi; seguito da un cenno di intesa.

Lui si è limitato ad un più semplice:

  • Ahh Italia – stop
  • Torni a casa? – gli chiedo
  • Sì, vado a trovare i miei – ribatte
  • Da dove vieni?
  • Amsterdam, Olanda
  • Sì, sì la conosco – e ammicco, è dal liceo che ammicco quando sento dire Amsterdam
  • Lavoro lì da cinque anni – mi ignora – e mi trovo benissimo. Fosse per me non tornerei mai, ma sai i miei genitori ci tengono
  • Lo so, lo so, le mamme sono quasi tutte uguali
  • E tu? Che ci vai a fare in India?
  • Vengo a vedere un po’
  • E che vuoi vedere? Il traffico? – mi chiede affogando in una risata al pomodoro

Incredible India

Trattare l’India fingendo ce ne sia una sola è stupido, persino la Lonely Planet ha deciso di ‘spacchettare’ la sua guida in due parti: India del Sud e India del Nord, manco fosse la Corea

L’India è un puzzle disegnato sulla cartina, una sagoma affollata da più di un miliardo e 300 milioni di persone sparse in un territorio immenso che dalle vette dell’Himalaya si sdraia fino all’Oceano indiano; uno Stato laico dove si praticano 8 religioni e si parlano 179 lingue diverse.

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Il logo voluto, nel 2002, dal Governo indiano per una campagna di promozione turistica del Paese

Un fenomeno dalle proporzioni incredibili, difficile da sintetizzare senza distorsioni. Anche perché sembra che l’India non l’abbia mai capita nessuno, non solo i francesi, i portoghesi e gli inglesi che pure la conquistarono, ma nemmeno i suoi governanti e i suoi profeti; eppure in tanti si sono prodigati per raccontarcela e di questi molti ne hanno reso l’immagine eterea di una terra ricca di spiritualità e tolleranza. Un Paese esotico dove il tempo perde il suo senso dilatandosi a dismisura, lasciando lo spazio all’anima per elevarsi a uno stato superiore in cui si disgrega tutto l’impianto valoriale che domina in Occidente, aprendo una via nuova.

Lo hanno scritto, lo hanno raccontato e lo hanno fotografato, negli anni sempre più da vicino e facendolo hanno creato uno stereotipo dell’India da cui è difficile isolarsi tanto che, spesso, chi parte lo fa con una sequenza di immagini già in testa, un bagaglio mentale di cui non ci si può liberare. E questo forse spiega anche il motivo per cui in molti, una volta atterrati, si soffermano sempre sulle solite immagini: gli odori, i colori, le vacche sacre ferme agli incroci e i primi piani di splendide sofferenze. Le trovano familiari, coincidono con quelle che avevano già in testa, le riconoscono.

Perché spesso le sensazioni di un viaggio sono la differenza fra ciò che ci si aspettava e ciò che si è visto, al netto di tutti i retaggi culturali di cui non ci possiamo svestire.

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“I miserabili esemplari di un’umanità dallo sguardo vuoto” (Mohandas Karamchand Gandhi)

Una realtà patinata

La strada che collega Amritsar a Dharamsala è un serpentone di 230 chilometri che dalle dolci pianure del Punjab si arrampica sinuoso per le salite dell’Himachal Pradesh. Chandan corre forte da quattro ore senza sosta, occhi sulla strada e mani strette sul volante, le stacca solo quando passiamo davanti ai templi. Chiude gli occhi, giunge le mani e mormora, poi riapre gli occhi e inchioda, anche se davanti non c’è nessuno tanto che a tratti ho pensato facesse parte del rito. Voliamo su una Suzuki bianca che qua nell’India del Nord sembra essere la macchina più in voga, in barba ai nazionalismi e alla Tata, a proteggerci sul cruscotto il dio Rama e Hanuman. Supera tutti, da destra o da sinistra non importa, schiva vacche sacre e umani profani senza alcuna distinzione, non frena quasi mai e quando è costretto a farlo gli si contrae il volto in una smorfia di disappunto. E’ chiaro che voglia essere il primo della strada, forse ciò che non sa è che ci condanna a un’eterna rincorsa. Mc Leod Ganji è un un piccolo paese nell’Himachal Pradesh a 1.750 metri sul livello del mare, sede del quattordicesimo Dalai Lama e meta di centinaia di monaci tibetani in fuga dalle repressioni dell’esercito cinese. Qui non sembra neanche India, poche macchine, poca gente per le strade e silenzio, uno strano silenzio che sorvola le case.

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Un uomo in attesa a Dharamsala

L’India sembra essersi tuffata di testa nella modernità senza aver digerito non solo la sua fase rurale, ma il suo Medioevo. Questo ha inevitabilmente provocato una scissione, un Paese che vive in tempi diversi: c’è un’India proiettata nel futuro e una immersa in un presente ancorato al passato, la sede di Google in uno dei quartieri di Delhi chiuso e vigilato dalle guardie armate e intere famiglie a sopravvivere sulle aiuole spartitraffico, le luci di Mumbai e i villaggi senza fogne; ma quando si parla dell’India si deve parlare di ciò che rimane fuori da certe enclavi di ricchezza e sviluppo, perché è lì che si trova la maggioranza degli indiani. E sono tanti!

Ciò che stupisce infatti non sono le dinamiche socioculturali che si osservano in India perché, nonostante la peculiarità della loro declinazione ‘esotica’, sono simili a ciò che succede in tante altre parti del mondo. Ciò che sorprende è la portata del fenomeno che quelle dinamiche amplia e distorce fino all’inverosimile. Facciamo due esempi:

  1. L’India è una confederazione di Stati e gli indiani sono tanti e diversi. Un indiano di Mc Leod Ganji non ha niente a che vedere con un indiano del Kerala, costumi, religioni e condizioni di vita differenti e spesso non parlano neanche la stessa lingua

Vero, ma niente di nuovo, generalmente è ciò che succede quando un popolo si distribuisce lungo un territorio morfologicamente variegato. In Italia, seppur con modi e in scala differenti, non è successa la stessa cosa? Solo che in India non ci sono 20 dialetti differenti, ma si parlano 179 lingue e una quantità indefinita di dialetti differenti tra di loro.

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Un uomo si riposa sopra una bancarella lungo la strada verso Rishikesh

2. L’India soffre di un problema di distribuzione della ricchezza con un 10% della popolazione che detiene il 33% della ricchezza nazionale

Anche qui niente di nuovo, quello della distribuzione della ricchezza è un problema mondiale, ma quando si parla di povertà in India si parla di un esercito di milioni di poveri. Secondo alcune stime il 75% vive con meno di due dollari al giorno e il 27% nella miseria più assoluta; in pratica il 33% dei poveri del mondo vivono qui. In un Paese dove la distribuzione della ricchezza è così fortemente squilibrata, l’avvento della società moderna non è una manna dal cielo, ma l’ennesima condanna che scava un fossato sempre più profondo fra ricchi e poveri. Essere poveri in una società rurale permette ancora di vivere un’esistenza dignitosa, con una casa, un piccolo orto, una comunità vicina che si aiuta vicendevolmente. Essere poveri nelle moderne metropoli vuol dire dormire nelle aiuole spartitraffico, in una baracca improvvisata di legno e plastica, ritrovandosi a mendicare qualche rupia da una società in cui si è destinati a vivere sempre più ai margini. Ecco perché è alienante leggere un certo tipo di narrazione.

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Alcuni fedeli dormono sul piazzale davanti al Golden Temple, Amritsar

“A colpirmi, come fotografo, sono gli estremi e sopratutto le persone che vivono in povertà, in villaggi fermi alla metà del secolo scorso” (Steve McCurry)

Davvero cosa andiamo a vedere quando andiamo in India? Il nostro ieri proiettato nel presente in una veste esotica? Cosa c’è di bello nei villaggi fermi alla metà del secolo scorso, soprattutto quando non si tratta di una scelta volontaria, di un’autodeterminazione, ma di una condanna da cui gli indiani si affrancherebbero volentieri. Parliamoci chiaro: non c’è niente di poetico nella fame, niente di romantico nella miseria. Davvero ci affascina questo grande spettacolo offerto dalla povertà, davvero scambiamo la naturale capacità di adattamento dell’uomo per un modello alternativo di società? Dovremmo guardare alla mancanza di fogne, al sovrappopolamento delle baraccopoli, alla carenza di igiene come strada alternativa alla violenza consumistica che domina l’Occidente?

Il tentativo di rendere patinata questa realtà rischia di creare una massa di backpackers che girano il subcontinente intenti a catturare, nell’obiettivo della loro ultima Canon, qualche frame di questo cinema della miseria.

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“Ci furono musulmani che pretesero la demolizione del Taj Mahal e il suo trasporto, pietra su pietra, nel Pakistan” (Stanotte la libertà, L. Collins, D. Lapierre)

Breve storia del Taj Mahal

Mumtaz Mahal era la terza moglie del moghul Shah Jahan, ma divenne ben presto la sua favorita. Morì di parto nel 1631, a soli 38 anni, a Bhuranpur nel Deccan dopo aver dato alla luce il quattordicesimo figlio, ma in punto di morte chiese al marito di costruire un monumento come simbolo del loro amore.
Il moghul, dopo un anno passato in assoluta solitudine, decise di iniziare i lavori di quella che doveva essere la più mirabile opera mai stata eretta.
I materiali più pregiati furono portati da tutto il mondo: il marmo da Makrana, il diaspro dal Punjab, la giada dalla Cina, i turchesi del Tibet, i lapislazzuli dall’Afghanistan, gli zaffiri dallo Sri Lanka e la corniola dall’Arabia. La storia ci racconta che per il trasporto dei materiali ci vollero oltre mille tra elefanti e bufali.
La leggenda narra che per paura che qualcuno potesse replicare tale magnificenza il moghul fece tagliare le mani agli artisti che vi lavorarono, mentre l’architetto Ustad Ahmad Lahauri venne decapitato.
L’opera, nel suo progetto originale, sarebbe stata ancora più grande se il figlio del moghul preoccupato per l’enorme sperpero di denaro, circa 32 milioni di rupie, non avesse deposto e imprigionato il padre.
Il premio nobel per la letteratura Rabindranath Tagore lo definì come “Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo”.
Qui lavorò anche Geronimo Veroneo, artista italiano, che prestò il suo genio per quella che sarebbe diventata una delle nuove sette meraviglie del mondo.

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Uomo in preghiera al Golden Temple

Ebbri di Dio

Un altro punto interessante dell’India romantica di cui spesso si legge è la religione, in particolare questa presunta tolleranza religiosa.

“Il mio amore per l’India nasce dal fatto che nel subcontinente convivono religioni diverse, la cultura è antica e al tempo stesso distinta dai paesi limitrofi” (Steve McCurry)

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Una famiglia fa il bagno nel lago di Pushkar, Rajasthan

Le due principali religioni dell’India: islam e induismo, sono agli antipodi. L’Islam prevede un solo Dio, Allah, e il suo unico profeta, Maometto. L’induismo ha un pantheon che arriva a contare 33 milioni di divinità, non ha un profeta, dogmi o liturgie. I musulmani pregano in moschea, nella direzione della Mecca, “in coro salmodiano i versetti del Corano”. Gli induisti pregano soli. Sarebbe bello raccontare la storia di una pacifica convivenza religiosa, ma in realtà indù, sikh e musulmani si ammazzano fra di loro dalla notte dei tempi. Mohandas Karamchand Gandhi, la grande anima dell’India, morì a Delhi dove si era recato con l’intenzione di interrompere proprio le carneficine in atto fra musulmani, indù e sikh.

  • “Chi è stato? Un musulmano o un indù?”
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Gli ultimi passi di Gandhi, Gandhi Smriti, New Delhi

Chiese l’ultimo viceré delle Indie, Louis Mountbatten, quando lo informarono della morte di Gandhi. Era uno dei pochi conoscitori delle dinamiche indiane e sapeva bene che nel caso in cui l’assassino fosse stato musulmano si sarebbe scatenata una guerra civile. La radio attese quarantacinque minuti prima di dare la notizia:

“Il Mahatma Gandhi è stato assassinato a Nuova Delhi questo pomeriggio alle diciassette e diciassette. L’uomo che l’ha ucciso è un indù”
Oppure Indira Gandhi, uccisa dalle sue guardie del corpo sikh, per vendicare i morti dell’operazione Blue Star. Ignorare questi fatti significa avere una visione romanzata e parziale dell’India e della sua Storia.

Le vacche sacre

“In sostanza si tratta di un enorme sottoproletariato agricolo, bloccato da secoli nelle sue istituzioni dalla dominazione straniera: il che ha fatto sì che quelle sue istituzioni si conservassero e, nel tempo stesso, per colpa di una conservazione così coatta e innaturale, degenerassero” (P.P. Pasolini)

Siamo colpiti da questo teatro a cielo aperto dove camminiamo fra i cavi dell’alta tensione e se c’è una cosa che ci piace sopra tutte le altre sono le vacche, le vacche sacre e i loro santi escrementi.

Si dice che la vacca simboleggi gli dei. Le sue mammelle rappresenterebbero i quattro obiettivi della vita: la salvezza, la giustizia, il desiderio e la ricchezza materiale. Le sue quattro zampe le sacre scritture indù, mentre le sue corna gli dei in persona. Sarebbero diventate intoccabili con l’ascesa del jainismo e del buddismo in India, poi nel primo secolo d.C. furono associate ai bramini, la casta più alta nella gerarchia sociale indiana, e da allora gli indù hanno smesso di mangiarne carne.

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Pushkar, Rajasthan

Nel tempo però non sono riusciti a calare nella modernità riti e usanze arcaiche trovandosi, ad esempio, nel 2019 con milioni di mucche che paralizzano strade, autostrade e città. I numeri, ancora una volta, rendono bene l’idea di questa invasione ruminante: il 28% della popolazione bovina mondiale è in India, il rapporto è 5 mucche ogni indiano. Tante di quelle che sono in giro sono state abbandonate dai propri allevatori, generalmente perché troppo vecchie, improduttive o in sovrannumero.

La religione è sempre stata un potente tranquillante spesso usato per mantenere lo status quo con una promessa futura mai verificabile. II regno dei cieli non è forse il corrispettivo nostrano al paradiso del Brahman? La filosofia alla base non è forse la stessa? Sì lo so hai una vita di merda, ma se fai il bravo e stai calmo potrai accedere al paradiso e se non ti sarà possibile potrai comunque sperare di reincarnarti in qualcosa di migliore, un Purgatorio di passaggio. Temo che in questo apparente immobilismo, in questa attesa messianica si trovi una delle cause dell’arretratezza placidamente caotica che domina l’India.

“Convinto che le cattive condizioni igieniche fossero all’origine dell’alto tasso di mortalità dell’India, lottava da anni contro la radicata abitudine di sputare per terra (…) Se noi indiani sputassimo tutti insieme – disse una volta – potremmo fare un lago profondo abbastanza per annegarvi trecentomila inglesi” (Stanotte la libertà, L. Collins, D. Lapierre)

All’epoca di Gandhi la popolazione indiana contava ‘solo’ quattrocento milioni di persone, oggi a più di 70 anni di distanza i problemi sono gli stessi, solo con un miliardo di abitanti in più.

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Murales sulla strada per le cascate di Bhagsu

L’India e le previsioni del tempo

Le cascate di Bhagsu sono uno scivolo di plastica dove l’acqua è un dettaglio, lungo la strada che porta alla foce ci sono decine di baracchini che vendono da mangiare e tutto intorno non si contano le cartacce. Se ci si ferma un attimo lì davanti è possibile ricostruirne velocemente il tragitto. Si fermano in tanti, c’è chi prende un kulfi da scartare, c’è chi preferisce un nankhatai custodito dentro una pagina di giornale, in qualunque caso non fanno in tempo a pagare che la carta è già finita in terra. Più che un usa e getta è un prendi e getta perchè l’involucro ha un tempo di utilizzo quasi nullo. Mando una foto a un amico, mi risponde: “Roma 2021”.

Mondi possibili. C’è stato un momento in cui la bandiera indiana avrebbe potuto avere al centro un arcolaio, a proporlo era stato Gandhi che in quello strumento arcaico non vedeva solo l’affrancamento dal dominio inglese, ma la visione futura di un intero Paese. Un’India costruita su villaggi integrati nella natura più che sulle moderne megalopoli di cemento, in sintonia con tutti gli essere viventi, nessuno escluso. Un percorso dei piccoli passi.

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Bandiera indiana

Oggi al centro della bandiera indiana spicca la ruota del Dharma, simbolo dell’unità del Paese, l’India è uno dei Paesi più inquinati al mondo e tutti gli auspici del Mahatma sono rimasti sospesi nell’aria.

“Dovremmo sentire un legame più profondo fra noi e il resto degli esseri viventi. I sistemi sociali futuri terranno conto non solo della famiglia umana ma di tutte le forme di vita” (M.K. Gandhi)

Siamo sulla strada che da Jaipur ci riporta a Delhi. Abu non supera gli 80 chilometri all’ora, ingurgita caramelle al caffè una dopo l’altra, lasciando che l’involucro di plastica venga risucchiato dal finestrino. Quando passiamo davanti a un tempio stacca le mani dal volante, le giunge davanti al naso, chiude gli occhi e prega, mormorando a bassa voce; devoto del dio Hanuman si ferma spesso per comprare delle pannocchie con cui sfama alcune delle scimmie che incontriamo lungo la via.

In treno, in autobus o in macchina, non c’è panorama che si affacci dal finestrino senza il suo contorno di rifiuti. L’adorazione verso gli animali non si è tradotta in un’adorazione verso la natura, eppure l’islam e l’induismo sono religioni molto green, ma evidentemente i processi culturali non possono essere sostituiti da dogmi religiosi che tutto mantengono e conservano senza prevedere ulteriori sviluppi.

Da questa parte del mondo appare chiaro che tutte le moderne velleità ambientali di 500 milioni di europei possono essere spazzate via in un secondo se gli indiani non riusciranno a collegare la devozione per gli dei teriomorfi alla salvaguardia dell’ambiente. Anche per questo l’India sarà centrale per il futuro di tutti.

Ma questo, in fondo, non è altro che l’ennesimo racconto sbagliato.

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L’eco del Kashmir

E’ un’estate calda in India e non solo per l’emergenza climatica che la attanaglia. Con la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione, a inizio mese, il Parlamento indiano ha revocato lo ‘status speciale’ del Jammu e Kashmir, regione nord occidentale che perde la possibilità di legiferare autonomamente. A chiudere per primo è l’aeroporto di Srinagar, l’ordine è quello di far uscire i turisti presenti e non di farne arrivare di altri, soprattutto se sono giornalisti; gli unici autorizzati a entrare sono i militari inviati dal Governo indiano. Decidiamo di cambiare i piani e ci dirigiamo verso Dharamsala per poi salire a Mc Leod Ganji, un piccolo paese nell’Himachal Pradesh a 1.750 metri sul livello del mare, sede del quattordicesimo Dalai Lama e meta di centinaia di monaci tibetani in fuga dalle repressioni dell’esercito cinese. L’eco delle tensioni arriva fin qui.

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Mc Leod Ganji

 

“Non vedo e non sento i miei parenti e i miei amici da una settimana. Non so se sono stati arrestati, se stanno bene, non so niente!”.

Javed, che ha poco più di 30 anni. E’ nato in Kashmir, ma vive e lavora a Mc Leod Ganji dove ha aperto un negozio di pashmine. La revoca dell’indipendenza ha scatenato delle reazioni prevedibili, a Srinagar i cittadini sono scesi a manifestare per le strade e il Governo di tutta risposta ha deciso prima di arrestare i leader locali e poi di sospendere i servizi telefonici e Internet. La preoccupazione di Javed riporta le notizie di geopolitica a una dimensione soggettiva che rende plasticamente l’idea di ciò che sta succedendo. Come spesso accade i drammi dei singoli rappresentano l’altra faccia degli interessi nazionali con tutte le conseguenze del caso. Negli ultimi giorni la tensione è salita ancora nel Kashmir, e a livelli così preoccupanti che il governo locale ha deciso di evacuare 20mila persone dalla zona del monte Amarnath per paura di possibili attacchi terroristici.

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“Il Governo ha inviato altri 40 mila soldati nel Kashmir e questo non è mai un buon segno- continua Javed- anche perché già c’erano quasi 700 mila soldati che rendono questa zona una delle più militarizzate al mondo. Con tutto l’oro, i rubini e l’argento che abbiamo potremmo essere uno degli Stati più ricchi dell’India, invece tutta questa ricchezza è la nostra condanna”.

Javed insiste, vuole testare se noi europei abbiamo realmente compreso la realtà che ci descrive: “A voi è mai successo? Riuscite anche solo a immaginare?”, la risposta non può che essere un no, “no Javed non c’è mai capitato”, e forse per questo non riusciremo davvero mai a capire realmente la portata e la drammaticità di ciò che sta accadendo. Lui capisce, ma rilancia portando la discussione su un altro piano, forse con la consapevolezza che possa renderci meglio l’idea ci spiazza con un emblematico:

“Sei mai stato a Ibiza?” mi chiede, rispondo fiero “no”.

“Io sì- continua lui-, una volta, poi con il riacutizzarsi delle tensioni non sono più potuto partire, diciamo che essere musulmano del Kashmir mi complica le cose, specialmente in aeroporto”.

“Dai, Javed, non ti sei perso niente” dico io. Ibiza mi riporta solo l’idea del turista “coatto e discotecaro” in canotta e su questa immagine continuo a ribattere surfando l’onda della mia stupida indignazione per quell’archetipo di vacanziero.

“La mia ragazza abita lì” mi risponde Javed, ignorando, per fortuna, tutte le mie sovrastrutture inutili. “Lei è inglese, ma vive a Ibiza. Per rendere le cose più semplici dovremmo sposarci, ma come sapete queste sono cose che si fanno in due”.

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No, non solo fatico a capire fino in fondo, ma probabilmente non riesco neanche a immaginarlo. Forse come cronisti l’unica cosa che ci rimane è tirare le fila di ciò che è successo, almeno nelle ultime settimane. La motivazione ufficiale fornita dal Governo per spiegare la cancellazione dell’articolo 370 della Costituzione è quella di “favorire l’integrazione forzata nell’area in questione”, in realtà, secondo molti analisti, ci sarebbe la volontà di colpire la maggioranza musulmana della regione. Non è un caso, infatti, se le prima disposizioni siano state rivolte proprio verso i residenti: caduto infatti il divieto per i non residenti di acquistare immobili sul territorio, cancellate le tutele per i locali nell’amministrazione pubblica e nell’istruzione universitaria. Sono finiti poi agli arresti domiciliari preventivi tre importanti esponenti politici locali come Mehbooba Mufti, Omar Abdullah e il leader del partito regionale Sajad Lone. Senza contare che con l’arrivo dell’esercito e il riacutizzarsi delle tensioni, il Kashmir dovrà fare a meno dei turisti, una delle fonti di ricchezza della zona. In realtà nulla di nuovo, quest’area è al centro di una disputa fra India, Cina e Pakistan, intenzionate a mettere mano sulle ricchezze del suo sottosuolo, che ha avuto inizio con la fine della dominazione britannica nel subcontinente indiano nel 1947 e da allora i momenti di tensione si sono susseguiti con una certa regolarità. Lo spiega bene padre Carlo Torriani, sacerdote missionario in India dal 1969, in una recente intervista a ‘Vatican news’: “Il Kashmir era uno Stato a statuto speciale: avevano la loro bandiera, la loro Costituzione e il loro inno. Questa è una delle conseguenze della nascita dell’India. Al momento dell’indipendenza dal Regno Unito il vecchio territorio coloniale è stato diviso in due in base alla religione: da una parte gli indù in India, dall’altra i musulmani in Pakistan (diviso successivamente dal Bangladesh, ndr) – padre Torriani individua il nodo gordiano della questione – Il problema era che il Kashmir era governato da un maharaja che poteva decidere a quale delle due entità appartenere. Anche se la maggioranza della popolazione della regione era musulmana, il maharaja era indù e scelse l’India, però con uno statuto speciale. Questa situazione è andata avanti fino a che l’attuale governo indiano di Narendra Modi non ha deciso di annullare l’autonomia riconosciuta alla regione e assimilarla a resto dei territori indiani”. I numeri parlano di quasi 2.300 arresti in seguito agli scontri che sono seguiti alla decisione del Parlamento indiano, di questi quasi 100 sono finiti in manette anche in base alla legge sulla sicurezza pubblica che prevede la possibilità di essere trattenuti fino a due anni senza processo.

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Cliente ingrato part.4

PARTE 4 – PASTICCERIA SPAGNUOLO

“La pasticceria è la branca specialistica della cucina, è come la chimica e necessita di adeguate conoscenze che non hanno mai fine”  (I. Massari, World Pastry Stars 2019)

Proprio accanto al Focacciotto sorge l’antica pasticceria Spagnuolo. Un nonsoquantimetri quadri diviso in due da una parete che separa il laboratorio dal bancone, un microcosmo tutto specchi e trasparenze con le pareti rosa marshmallow, popolato da un terzetto tutto al femminile composto dalla proprietaria pasticciera e due bariste.

Lo spazio è piccolo, una volta tolto quello per il laboratorio e per il bancone, rimane un corridoio largo due passi e mezzo dall’ingresso, ma questo non deve averli scoraggiati se in fondo a questo miglio in scala sono riusciti a infilarci un tavolino e due sedie, forse pensate per chi volesse godere in compagnia di quella magnifica vista sul traffico di via Gallarate.

Per completare l’opera con un occhio all’efficienza energetica hanno deciso di mettere una porta scorrevole automatica che, in quella penuria di metri quadri, si apre al primo movimento disperdendo calore d’inverno e fresco d’estate in un ciclo della morte infernale. E questo accade non solo quando si è dentro, ma anche quando si cammina sul marciapiede davanti alla pasticceria, forse per un problema al sensore o per una sagace strategia di marketing.

Fatto sta che fu proprio quella porta a farmi entrare per la prima volta. Ricordo che mi si aprì alla sinistra in una caldissima domenica mattina dei primi di settembre di qualche anno fa e non potei fare a meno di varcarla per una strana forma di cortesia che spesso mi domina e mi confonde. A quel punto mangiai un bignè alla cioccolata in piedi sul bancone, giusto per non fare la figura di quello che entra e non consuma, combattuto tra il fresco dell’aria condizionata e l’afa che entrava dalla porta rimasta aperta.

Il bancone è sempre stato una meravigliosa vetrina sul lunatismo umano e su come la voglia di fare sia già un ottimo punto di partenza per fare bene qualcosa, di qualunque tipo.

Diciamolo subito: non si mangia bene, ma neanche da schifo, diciamo che siamo sotto quella che dovrebbe essere considerata la media standard che comunque a Roma è difficile da raggiungere. E’ tutto un vorrei, ma non posso. Un saprei come farlo, ma non mi va ed è in questa terra dell’incertezza che nascono i mostri. Le crostatine alla frutta ingellate da palate di colla di pesce o i cornetti marmorizzati da una coltre di glassa crepata e tutta una serie di piccole imprecisioni che però in pasticceria hanno il potere di rovinare tutto. Come se non bastasse ad aggravare il tutto ci sono due elementi che combinati insieme hanno una reazione letale: l’essere sempre aperti e avere pochi clienti. Condizione che alza, e non di poco, le probabilità di mangiare un bel bignè ripieno di una crema ormai stanca di stare lì dentro.

Nonostante tutto però un po’ per pigrizia, un po’ per affezione ho continuato ad andarci con una costanza senza senso. Due anni o poco meno. Poi l’ultima volta:

  • Ma a cosa stracazzo pensi dico io…

Non faccio in tempo a entrare che dall’oblò del laboratorio spunta la proprietaria che inizia a inveire contro una delle malcapitate bariste su un ordine non preso, a quanto pare avevano chiamato per una torta, nessuno lo aveva segnato e quando hanno richiamato per sapere a che ora potevano passarla a prendere è scattato il panico.

  • Va bene, va bene, ma ne parliamo dopo – provava a calmarla la ragazza, mentre rassicurava i suoi fedelissimi clienti ruotando un indice intorno alla tempia.
  • Ma che dopo, dopo nun te devo dì niente… mo devo core pe fa sta torta – insisteva la boss incurante delle 5 persone che affollavano il locale

Il mio turno arrivò solo quando calò il silenzio qualche strillo dopo, a quel punto indicai tre pasticcini random e provai a guadagnare l’uscita mentre le bariste, ben istruite, mi ammiccavano riguardo una certa happy hour ‘Spagnuolo’ delle 19. Probabilmente un modo per ottimizzare quelle 65 ore settimanali di apertura.

Mi era già successo di essere testimone delle loro litigate e quella non fu certo tra le più accese, ma ne subii l’effetto ‘ultima goccia’. Da allora non sono più entrato, anche se quella maledetta porta continua ad aprirsi ogni volta che ci passo davanti.

 

 

Cliente ingrato part. 3

PARTE 3 – FOCACCIOTTO

Qualche anno più tardi mi sono trasferito, non troppo lontano da San Lorenzo, ma quel tanto che bastava per cambiare il giro delle mie frequentazioni enogastronomiche. Così da Otello passai al Focacciotto. Una pizzeria al taglio con affaccio su via Gallarate gestito da marito e moglie, stessa formazione di Pino alla piazzetta.

Sarebbe stata una semplice pizzeria al taglio dispersa nel formicaio dei forni romani se non avessero avuto un’intuizione talmente improbabile da funzionare alla perfezione: il focacciotto. In pratica una pizza in miniatura con il cornicione alto, condibile a tuo piacimento, alla modica cifra di 3 euro e 50.

Lo so che scritta così non rende, ma voi immaginate una specie di pizza giocattolo superinstagrammabile, talmente gustosa e piccola da indurvi subito al bis. Fu amore a prima vista, tra l’altro ai tempi il mio stomaco aveva la dimensioni di un marsupio per cui non avevo neanche il problema di dovermi saziare.

Come se non bastasse in quell’angusto locale avevano incastonato un piccolo frigo delle meraviglie, stracolmo di bevande esotiche al mango e papaya, birre artigianali del convento dei frati trappisti del 1369 e di intramontabili miti come la Coca in vetro o la cedrata Tassoni. I prezzi lo rendevano una gioielleria mimetizzata da frigo.

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Non voglio sembrare un talent scout, ma è con la stessa boria di Pippo Baudo o del fan di Calcutta ante litteram che scrivo senza tema di smentite che: oggi sono in tanti a conoscerlo, ma quando ci sono andato per la prima volta era ancora una improbabile startup. Un bilocale con un forno e tre sedie, ancora poco frequentato, ma chi ci andava lo faceva solo per addentare quella minipizza che già si stava facendo un nome nella zona. La pizza a taglio era diventata solo un antipasto in attesa del focacciotto o come riempitivo subito dopo; fu la prova definitiva che la gente non aveva fame di pizza, aveva fame di novità.

Oggi si sono allargati e dove una volta c’era uno di quei negozi che fanno targhe e coppe adesso è nato il Birracciotto, il locale gemello con un’ampia sala dove si vendono le birre artigianali più costose del Pigneto. Perchè, se qualcuno nutrisse ancora dubbi a riguardo, il vero business non è tanto il focacciotto, quanto le primizie del frigo.

Appena è diventato di moda l’ho mollato con la stessa leggerezza d’animo con cui l’Udinese rivende ogni anno i centrocampisti sudamericani. Troppa gente, troppo entusiasmo. MA se c’è una cosa che ho imparato in questi lunghi anni di rapporti con gli esercenti è che non bisogna mai escludere il ritorno, anche perchè quando ritorni non ti perdoneranno facilmente il tradimento.

  • AH! Eccolo qua, non si saluta più?
  • Ma sono appena entrato mi dia il tempo
  • AH! Mo pure del lei mi dai, ma na vorta nun eravamo intimi

Ora intimi mi sembra un parolone, avrei detto più conoscenti, ma decisi di non controbattere, so come finiscono certe cose, ma lui non voleva demordere. Non riuscivo a capire perchè nonostante tutto il successo di cui godeva si fosse indispettito così tanto della mia assenza e in un attimo venni incellophanato dai sensi di colpa. Provai ad accampare scuse del tipo:

  • No ma ho iniziato a fare la spesa…è solo per quello!
  • Ambè ha iniziato a fare la spesa lui…allora annamo tutti a fa la spesa e scordamose degli amici

Inutile scrivere che da quel ritrovo fra vecchi conoscenti ne sono uscito talmente malconcio che neanche i 50 euro di focacciotti e birre artigianali sono riusciti a risollevare la situazione. Il focacciotto è ancora lì con il suo birracciotto a fianco, ma ancora non sono riuscito a tornarci.

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Tulipark

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Cliente ingrato part.2

PARTE 2 – OTELLO

Otello aveva un buco a San Lorenzo e vendeva solo cose caserecce, almeno questo era quello che ripeteva sempre. Il pane? Casereccio. La cicoria? Casereccia, ma casereccio pure il vino, l’acqua e i taralli preconfezionati, casereccia pure la mozzarella, il salame e la bevanda all’aloe di cui mi sono ingozzato per un anno intero. Già perchè fu Otello, con il suo alimentari casereccio, a crescermi per un intero anno di master; credo di non aver saltato una pausa pranzo e più di una volta penso di averci anche cenato. Mi sembrava veramente l’archetipo dell’onesto commerciante che fa buon viso a cattiva sorte e lavora come un mulo per tirare a campare onestamente.

Non riusciva a trovare un suo pubblico. Non era la drogheria sotto casa, non era un posto per andare a mangiare fuori la sera, funzionava solo nelle pause pranzo, ma non sempre, solo quando intercettava i lavoratori di Termini e i loro buoni pasto. Gli studenti della Sapienza non ci entravano neanche per caso, pizza e kebab battevano panino casereccio anche a parità di prezzo, maledetta gioventù!

Aveva anche inventato una formula tutta sua per sfruttare il passaggio che si creava davanti al negozio, durante l’ora dell’aperitivo, allestendo un tavolino con delle sedie in un mini cortile interno, con le pareti in cemento, che aveva nel retrobottega. Ma non funzionava.

Con me però funzionava, eccome se funzionava; almeno per quell’anno. A volte ci andavo anche solo per comprare il pane, ma riusciva sempre a farmi uscire con tre bottiglie di vino d’uva casareccia, una forma di cacio cavallo casereccio delle sue parti, ignoravo che a Settecamini si facesse il formaggio, e qualche affettato random tagliato spesso, perché gli affettati caserecci vanno tagliati spessi. Poi ho smesso, senza un motivo e forse anche per questo mi sono sentito in colpa e ho continuato a passare anche solo per un saluto volante, che inevitabilmente si traduceva in una mini spesa insensata di prodotti caserecci. Fino al giorno in cui trovai al suo posto un ristorante cinese, specialità da asporto.

Cliente ingrato

PARTE 1

Il primo è stato Pino, Pino alla Piazzetta. All’epoca abitavo immerso nel fracasso di via dei Ramni, a San Lorenzo, e il piccolo ristorante a conduzione familiare di Pino e sua moglie si trovava a 2 minuti dal mio frigo, incastrato fra via di Porta Tiburtina e via Tiburtina antica. La piazzetta in realtà non c’era, l’aveva creata lui grazie a una sagace combinazione di fioriere, tavoli e ombrelloni, togliendo metri quadri al marciapiede.

Un menù enciclopedico fatto di carne, pesce, affettati, pizza, zuppe, dolci, e, come tutti i ristoranti/trattorie di Roma: “la miglior cacio e pepe in città senza l’aggiunta di panna”; una precisazione, quella sulla panna, che mi ha sempre inquietato. Ovviamente pensava a tutto la moglie che sgobbava come un treno merci sbuffando ogni sera in cucina, mentre Pino si occupava delle ordinazioni, nel senso che ordinava lui per te. Le storie in merito non si contano, alcune di quelle sono diventate leggenda.

Pino si sentiva fondamentalmente un incompreso, anche quando le cose andavano bene. Non gli piaceva quella clientela che si era fatto grazie alle convenzioni strette con alcune guide turistiche.

  • Almeno venissero i giapponesi- ripeteva- o gli americani, invece no! Solo i tedeschi, vengono solo quelli!

Non si capacitava del fatto che non ci fossero folle oceaniche di romani, giapponesi e americani a fare la fila per la sua cacio e pepe, la sua bistecchina di vitello o per quella torta alle mele che comprava sempre con tanto amore. E allora fece una scelta coraggiosa, alzò l’asticella e forse per un malinteso lessicale: decise di aggiungere ai primi gli spaghetti all’astice. Era sicuro che quello non sarebbe stato soltanto l’ennesimo piatto di un menù con più pagine del Talmud, ma la svolta per quel suo amato ristorante nato dalle ceneri degli anni Settanta.

Questa storia dell’astice gli prese la mano in poco tempo. Il fatto è che da Pino già era difficile ordinare in condizioni normali, figuratevi dal momento in cui quel maledetto crostaceo fu inserito nel menù. La scena solitamente era questa:

  • Salve ragazzi
  • Ciao Pino, come stai?
  • Bene, bene. Allora sedetevi, intanto vi porto un’acqua, del pane e gli spaghetti all’astice.

Per rendere il tutto più glorioso o per giustificarne il prezzo Pino aveva iniziato a fare lunghe sfilate, avanti e indietro dalla cucina, con questo animale adagiato su un letto di insalata, legato per le chele con del nastro blu, a far bella mostra di sé davanti ai clienti prima di essere immolato alla causa.

Purtroppo appena le cose iniziarono ad andare bene, la macchina del fango si mise in moto. Le malelingue iniziarono a spargere la voce fra i tavoli che in realtà l’astice fosse sempre il solito, tenuto nascosto da qualche parte pronto per essere mostrato all’occasione e che quegli spaghetti fossero conditi con del gambero marino in scatola. Scelsero anche un nome per quella specie di animale domestico da esibizione: lo chiamarono Luigi.

E succedeva spesso che quando si sentiva qualche nuovo avventore ordinare gli spaghetti all’astice, la piazzetta iniziasse a rumoreggiare, in trepida attesa di vedere l’ennesimo ingresso trionfale di Luigi dalle cucine. Durante gli ultimi sabato sera di gloria in cui il locale pullulava di clienti, si poteva assistere anche ad un duplice, triplice ingresso, c’è chi giura di averne visti fino a sei. Pino dopo esser riuscito a rifilare sei astici in un tavolo da dieci iniziò la solita danza per mostrare ad ogni singolo commensale l’unicorno dei mari con cui avrebbe condito i suoi spaghetti. Solo che stavolta fu diverso, quel raro caso di parto esagemellare di crostacei non convinse nessuno. Furono in molti a chiedersi: ma perchè uno per uno? Perchè non li porta tutti insieme? Qualcuno, probabilmente un esperto, arrivò a dire che quegli astici si somigliavano troppo per essere sei animali diversi. Non saprei a me gli astici sembrano tutti uguali. Inutile dire però che per gli scettici fu l’ennesima conferma di ciò che avevano sempre sospettato: nella cucina di Pino, fatta eccezione per Luigi, di astici vivi non c’era neanche l’ombra.

Per qualche tempo continuai ad andarci con lo stesso senso del dovere con cui si va a pranzo dalla nonna. Poi però lo sapete come funzionano queste cose, uno si stufa, vuole provare altro, e poi a Roma è un attimo, ti sposti di mezzo isolato e cambia tutta la percezione e via dei Ramni tutta d’un tratto diventò terra di nessuno e con lei anche la piazzetta immaginata da Pino.

Un giorno preso dalla nostalgia decisi di tornarci, anche solo per salutare chi, a caro prezzo, mi aveva sfamato per un bel po’. Lo trovai insieme a sua moglie e una cameriera seduti ad uno dei tavoli all’esterno, in quello che sembrava un picchetto di protesta contro il niente. Gli andai incontro come un vecchio amico, ma dovetti ingoiare quarantacinque minuti di amarezza e rimostranze che sbattè in faccia come se la colpa del suo imminente fallimento fosse stata mia, il tutto condito da dei mugugni a intervalli regolari emessi dalla moglie. Fui talmente sommerso da quella valanga di rimostranze che ad un certo punto misi in discussione anche il libero arbitrio di cui gode un cliente nel mercato libero dei ristoranti. Ma come- continuava a urlarmi- ti trovavi bene da noi, perchè cambiare? Perchè mangiare altro, altrove? Di tutte le risposte che mi suggeriva il cervello non ne dissi una.

Da allora non ci sono più tornato e il mistero dell’astice nessuno lo ha mai risolto perchè Pino ha chiuso prima, adesso nella piazzetta che aveva immaginato hanno aperto un ristorante pizzeria dedicata a Pitagora, c’è chi giura che lì si mangi la migliore cacio e pepe di Roma, senza l’aggiunta di panna.

 

Non ce n’è per tutti?

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Marocco

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Il palazzo da immaginare

Marrakech è cotta da un sole bianco di cui si perdono i contorni, dicono sia il più caldo dell’anno e non stento a crederci. La luce si schianta contro le mura rosse in terra battuta del Palazzo El Badi, strappando viottoli d’ombra dentro cui ci si immerge per respirare nei 48 °C della città vecchia. Siamo nella parte nord orientale della Kasbah a metà della strada che porta al quartiere ebraico, il Mellah.

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I luoghi parlano, è talmente vero che nonostante lo si dica spesso non ha perso ancora senso, ma fa così caldo che è difficile immaginare ciò che fu. Queste mura rosse in terra battuta, in piedi da quasi mezzo secolo, sono a difesa di ciò che resta di uno dei gioielli dell’arte islamica. Il palazzo di rappresentanza voluto dal sultano Ahmad al-Mansur al-Dhahabi per celebrare la vittoria nella battaglia di Alcazarquirivir, nel Marocco portoghese. Un simbolo del potere, usato per le udienze solenni, le feste e per ospitare le ambasciate straniere, una meraviglia del mondo.

Ci vollero 25 anni per completare le 360 stanze, le decorazioni del cortile da 135 metri in cui era incastonata una piscina da 90 metri di lunghezza e 20 di larghezza, i marmi italiani, l’oro, gli intonaci, gli affreschi, i 53.000 m2 di legno intagliato, i 10.000 m2 di zellige, i mosaici, le fontane e i giardini. Talmente sfarzoso che venne chiamato قصر البديع, il Palazzo dell’incomparabile. 

La storia iniziò quando il sultano Abd Allah al-Ghalib, ormai prossimo alla morte, nominò suo erede il figlio Abū ʿAbd Allāh Muḥammad II al-Mutawakkil, detto lo scuoiato, contravvenendo alla tradizione Sa’diana che imponeva ai sultani di nominare il proprio fratello minore. La decisione mandò su tutte le furie il legittimo discendente, Abu Marwan Abd al-Malik I, nonché zio del neo sultano, che decise di fare guerra al nipote. Così tornò dall’Algeria, dove si era rifugiato quando suo fratello divenne sultano, invase il Marocco con l’aiuto di un esercito ottomano, spedì il nipote in esilio in Portogallo e prese il potere.

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Passano poco più di due anni e il nipote tornò a reclamare il trono, stavolta accompagnato dalle truppe di Sebastiano I di Aviz, re del Portogallo, socio per niente disinteressato. E’ il 4 agosto del 1578 quando sul campo di battaglia di Ksar El Kebir, le truppe del sultano Abu Marwan Abd al-Malik I si trovano schierate contro quelle del nipote usurpatore Muḥammad II al-Mutawakkil supportate da 23mila soldati portoghesi, re compreso.

Interessi diversi convergevano sulla stessa spianata di sabbia. Il sultano Malik I voleva consolidare la sua posizione sul trono, il nipote Muhammad II aspirava a riprenderselo, mentre il re Sebastiano I di Aviz, vista la crisi dei commerci con Asia e America, era interessato a sfruttare l’occasione per rimettere le mani sulle colonie portoghesi in Marocco.

Le ambizioni del Re portoghese e dell’aspirante sultano si rivelarono ben presto sproporzionate rispetto alle forze effettive che riuscirono a schierare in campo. Il sultano dispiegò oltre 60mila uomini che in 4 ore riuscirono a tenere testa ai 32mila invasori, i portoghesi subirono 9mila perdite e dovettero pagare un riscatto enorme per liberare gli oltre 16mila prigionieri.

Come spesso accade in guerra però non ci furono vincitori. I tre re morirono tutti, per questo viene ricordata come la Battaglia dei Tre Re. Sebastiano I di Aviz morì sul campo e il suo corpo non venne mai ritrovato, Muhammad II morì annegato nel tentativo di scappare e Malik I morì di vecchiaia prima della fine della battaglia. Anche Al-Dhahabi, il fratello minore del sultano, che decise di impiegare i soldi del riscatto dei portoghesi per costruire il Palazzo, farà appena in tempo a vedere la conclusione dei lavori, nel 1603, prima di morire anche lui.

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El Badi continuerà a splendere fino al 1672 quando Mulay Ismāʿīl ibn ʿAlī al-Sharīf divenne sultano e decise di spostare la capitale da Marrakech a Meknes. Il trasferimento prevedeva che venisse saccheggiato anche l’incomparabile, in modo da usare i suoi pregiati materiali e i preziosi arredi per costruire la nuova reggia, nella nuova capitale. Il lavoro fu lungo e laborioso, ci vollero dieci anni per svuotarlo di tutto ciò che conteneva. Non è dato sapere se fosse uno sgarbo fra dinastie, quella alawida a quella sa’diana, una forma di economia domestica o tutte e due le cose insieme. D’altronde, se è vero ciò che si narra, nonostante le ricchezze non dovessero mancare, non doveva essere facile, neanche per un sultano, sostenere le spese delle oltre 500 concubine e degli 867 figli.

Oggi non è rimasto quasi niente, se non la forma della piscina e qualche mattonella superstite, neanche del Palazzo Reale a Meknes è rimasto granchè, oggi queste mura rossa in pisé fanno da scudo ai nidi che le cicogne hanno decise di costruire sugli ultimi bastioni.

 

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