25. Claudia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Che cos’ è in fondo l’homo, per quanto evoluto, se non un punto di vista, una prospettiva su ciò che lo circonda? Certo, poi come tutto, non è mai una cosa sola, sicuramente sarà anche il risultato di una serie di interazioni con l’ambiente in cui vive, il prodotto dell’educazione tramandata dalla sua cerchia sociale, fortemente condizionato dal tipo di esperienze vissute. Ma se avesse dovuto descriverlo in poche parole avrebbe detto che l’uomo in fondo non è che una prospettiva sul mondo che lo circonda.

– Mi dica qualcosa di questa medicina. Dicono sia amara.

– Sì è molto amara, ma le daremo un antivomito e poi le ho portato la cioccolata, come mi aveva chiesto.

– Al latte?

– Al latte.

– E come si chiama?

– La cioccolata?

– No, la medicina.

– Pentobarbital

– Pento…barbital

– Sì, esatto.

– E quanto ce ne vuole

– Dovremo diluirne circa 12 grammi.

– E me lo farà bere lei?

– No, io non posso.

– Bene, farò da me

– Perché non ha voluto nessuno con lei?

– Avrei corso il rischio di farmi ricordare solo per questo.

Non era vero e Claudia lo sapeva, ma sapeva anche che se avesse detto il vero motivo sarebbe potuto saltare tutto. In queste cliniche le regole sono chiare e gli svizzeri alle regole non concedono deroghe.

Non l’aveva voluto lì per paura di potersi pentire. Magari sei lì che hai appena fatto il tuo shottino mortale, incroci quegli occhi scuri d’inchiostro e ti penti, mentre stai morendo. No, non avrebbe mai rischiato di farsi rovinare un momento atteso per anni.

Voleva essere libera, libera di vivere un’altra vita o di non viverla, libera di abbandonare quell’unico punto di vista immobile in cui il suo corpo l’aveva imprigionata.

Bevve d’un fiato guardando dritta dentro un quadro anonimo appeso sulla parente di fronte al suo letto, senza alcuna ritualità, come se quel gesto non comportasse niente, neanche la realizzazione di un sogno covato per anni.

Fuori dalla finestra un vento irascibile staccava le foglie dagli alberi e il neon rifletteva una strana luce ovattata in quella stanza ordinata, con una bella vista su un angolo remoto della Svizzera italiana.

– Speriamo di poter volare. Sarebbe bello se prima di salire in cielo o di sprofondare sotto terra ci concedessero un bel volo.

Claudia si liberò del suo corpo alle 17 e 05, chiudendo gli occhi senza alcun rimpianto.

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24. Mattia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Mattia, il vento dei treni

Le difficoltà, come gli impegni, vanno affrontate una alla volta, altrimenti rischiano di sommergerci. Però a 15 anni le priorità sono sballate e tutto assume un peso specifico diverso e così Mattia aveva preso l’abitudine di andare a vedere passare i treni, seduto sulla banchina della stazione, dietro casa sua. Non quei lenti e goffi mufloni da rotaia dei regionali, guardava passare i levrieri dell’alta velocità, che passano senza fermarsi, puntando dritti verso Milano o Napoli. Gli piaceva stare fermo sentendo come trasformavano l’aria in vento e in quel passaggio, a 250 chilometri orari, gli sembrava che volassero via anche tanti dei suoi pensieri inutili.

“A volte vorrei che i cattivi pensieri fossero post it. Potremmo attaccarli al finestrino di un treno e vederli partire” aveva scritto con un Uniposca bianco sulla panchina vicino al distributore.

Come spesso accade, la validità del rimedio è inversamente proporzionale alla frequenza del suo utilizzo e così giorno dopo giorno si avvicinava sempre di più alle rotaie.

Era stanco, era una sera di giugno colorata d’arancione, quando decise di tuffarsi oltre la linea gialla, sperando che un treno in corsa potesse portarlo lontano.

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23. Jennifer

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

 

Jennifer, figlia della pubblicità degli anni Novanta

Faccio parte di quelle generazione di cavie da marketing. Noi siamo stati i primi ad essere colpiti in maniera scientifica, nell’ignoranza più totale di chi operava. Ci hanno somministrato pubblicità a dosi massicce prima di affinare le tecniche, ci hanno fatto comprare milioni di cazzate, ci hanno fatto spendere un sacco di soldi per scarpe orrende che i testimonial accettavano di indossare solo dietro lauto pagamento, ci hanno reso schiavi dei gadget, delle ansie di un modello di vita insostenibile di cui siamo i primi complici. Ci hanno bombardato di jingle stravolgendo i nostri orizzonti di conoscenza.

Per me, per anni, “Take five” di Dave Brubeck è stata solo la musica degli spot di Banca Mediolanum e lo stesso vale per “Here comes the Sun”, conosciuta prima come il tappeto musicale delle pubblicità dell’ “Allianz” poi come pezzo dei Beatles e ricordo ancora quando sentendo Chuk Berry cantare “You Never Can Tell” da un’autoradio in mezzo al traffico gridai:

– PAVESINI!

Adesso è diverso, è più subdolo, più ingegnoso, ma meno invasivo, meno ipnotico e crudele degli esperimenti che abbiamo subito noi. Ora ti spiano, non hanno bisogno di aggredirti, ora sanno tutto e sulla base di ciò che gli hai detto, consapevolmente o no, ti propongono loro cosa comprare. A noi tenevano gli occhi aperti a forza, ci bisbigliavano notte e giorno nelle orecchie, ci tendevano agguati nei supermercati. E noi li lasciavamo fare, inseguendo un altro vuoto da riempire.

Almeno io, io che non ho avuto un punto di riferimento educativo che mi potesse offrire un’opportunità a tutto quel mondo inesistente pieno di cose indispensabili. Almeno io che dissi basta, in un giovedì afoso, sgolandomi un intero flacone di candeggina in offerta. 

 

 

 

 

 

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22. Luciano

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Luciano, allenatore

Mi chiesero se volevo allenare la Roma, accettai ad una condizione: non datemi la gestione dell’ultimo anno di Totti.

 

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21. Antonio

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Antonio, cameriere del pane

– Prego signore posso servirle del pane? Oggi presentiamo una selezione composta da: pane integrale, pane a lievitazione naturale, pane di farina di mais, pane ai semi di papavero, pane da farina tipo 3 macinata a pietra.

Non è che sognassi di diventare un cameriere, diciamo che mi sono svegliato troppo tardi e quando l’ho fatto non è che avessi gran voglia di mettermi sotto a studiare per trovarmi 15 ore al giorno in un ufficio. E’ stato più il risultato finale di tante scelte prese per inerzia, come quando mi iscrissi all’alberghiero dopo aver saputo che mi avrebbero insegnato un mestiere, l’unica via di uscita dalle assemblee universitarie e dalle lingue morte. E una volta completati i 6 anni di scuola il cameriere mi sembrò la cosa più ovvia da fare, anche solo per togliermi di casa.

Come prima esperienza feci il runner sottopagato a nero in una trattoria turistica, vicino alla stazione, specializzata nella pasta scotta. Poi mi licenziai e andai a lavorare in un ristorante giapponese gestito da cinesi, un’esperienza che mi ha insegnato a diffidare del vino della casa. Al secondo mese in cui ero lì iniziarono a chiedermi di raccogliere i rimasugli di vino rosso dalle bottiglie e dai calici lasciati dai clienti, per mischiarli in delle bottiglie vuote che sarebbero state successivamente servite come ‘vino della casa’ alla modica cifra di 10 euro. Un gioco che andò avanti per molti mesi fino a quando un cliente non chiamò i Nas dopo essersi ritrovato nel bicchiere un mozzicone di sigaretta, finito lì dopo chissà quanti travasi da un bicchiere o una bottiglia usati come posacenere.

Erano già 5 anni che lavoravo e l’unica cosa che aveva ottenuto era un’ernia del disco lombare, fu allora che maturai la volontà di diventare qualcuno nel mio settore, non sarei più stato un cameriere, sarei stato il cameriere: sempre al servizio, mai servizievole. Così decisi di specializzarmi, dovevo farmi un nome, avere un campo su cui muovermi e iniziai a studiare la panificazione.

Mi feci assumere in un forno noto in città, ci lavorai per tre anni, sei notti alla settimana apprendendo tutto ciò che potevo apprendere, prima di presentarmi nel santuario della ristorazione. L’unico tre stelle Michelin in tutta la regione, l’unico che prevedeva un ruolo come cameriere addetto al pane, l’unico in cui avrebbe avuto senso fare questo lavoro.

– Per il menù degustazione a base di pesce le consiglio un pane leggero a lievitazione naturale, cotto a legna, mentre per la signora consiglierei del pane azzimo.

Per quel lavoro avevo tutto: un buon curriculum, una buona presenza e un’ottima parlantina, controllata e mai oltre i limiti. Una telefonata, due settimane dopo il colloquio, confermò le mie sensazioni, ero stato preso, ero ufficialmente il cameriere addetto alla selezione del pane dell’Osteria Arcangelo Michele, dove creava le sue ricette il famoso chef Flavio Asproni.

Furono anni magnifici, ho servito il pane a politici, imprenditori, calciatori famosi, anche a qualche cantante, mi sembrava di aver trovato un posto nel mondo, piccolo, forse anche marginale, ma il mio. Poi un giorno entrò il re della pelle, un facoltoso cliente che avevo servito per più di una dozzina di volte e con il quale avevo avuto l’occasione di scambiare qualche chiacchiera formale, ma quel giorno si vedeva che qualcosa non andava. Si arrabbiò subito col maitre che gli aveva proposto la carta delle acque.

– Sta cazzo di carta delle acque è una pagliacciata! Le acque sono tutte uguali, ma quali durezza e durezza. Portami la solita e non la fare tanto lunga.

Quando se la prese con il sommelier reo di non avere un Barolo del ’56 di una cantina sconosciuta anche al nostro rifornitore, decisi di intervenire spingendomi ben oltre le mie mansioni. Ero sicuro del risultato che avrei ottenuto e della conseguente promozione, per questo non esitai.

– Dottor Sanzini buona sera le posso allietare l’attesa con qualche focaccina genovese o un pò di pane guttiau di prima qualità?

Il Sanzini si rigirò come certi cani selvatici e quando aprì la bocca, ben prima di emettere alcun suono, capii di aver fatto un’immensa sciocchezza. La conferma arrivò pochi attimi dopo:

– E lei chi cazzo sarebbe?

– Dottor Sanzini sono Antonio il cameriere addetto al pane, l’ho servita personalmente molte volte…

– Beh pensa a quanto sei fondamentale se non mi ricordo neanche di te. Quante volte sono venuto in questo ristorante? Cento? Beh mi ricordo tutti, da Gustavo il maitre rompicoglioni, al sommelier incapace, alla fica che fa i caffè, ma tu proprio non ti ricordo!

Probabilmente era un castello di carte, una soddisfazione di cartone, una felicità fatta di nuvola, il fatto è che mi crollò tutto addosso, in un attimo si svelò ai miei occhi come mi dipingevano i miei clienti, in fondo gli unici che potevano apprezzare o meno il mio lavoro. Provai a dirmi che era solo l’opinione di un cliente che stava vivendo una giornata storta, uno fra tanti, per quanto affezionato poteva essere, ma l’abisso mi aveva già preso per la gola.

Potevo esistere come non esistere, il mio lavoro lo poteva fare un cestino, ma non avrebbero potuto far pagare il pane così tanto e allora eccomi, la giustificazione umana ad un prezzo irragionevole. Esistevo senza esistere, ero un fantasma di cui nessuno ricordava la faccia, in quel momento l’unica via di uscita mi sembrò il coltello del pane.

Mi sgozzai, davanti a tutti, inondando di sangue le camicie, le tovaglie immacolate e quelle facce attonite di fronte a quell’harakiri di quel giovane cameriere addetto al pane che nessuno aveva mai notato.

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20. Anonimo 1

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Anonimo 1, accumulatore seriale

Se non fosse stato per quella puzza infernale che allertò i condomini non lo avrebbero mai trovato. Ogni angolo, ogni spazio ero stato occupato, la porta dell’ingresso era appoggiata ad un armadio che ne aveva ostruito l’accesso tanto che i pompieri per entrare, non potendola abbattere, dovettero scardinarla. Il pavimento era sommerso di giornali, libri e riviste accumulate alla rinfusa, le pareti grondavano di quadri e specchi di ogni tipo, e saltava subito all’occhio come vi fosse un’abbondanza di luci, anche se tutte spente. In un corridoio di 20 metri, c’erano 7 lampadari, oltre le 15 piantane sparse per la casa, sopra ogni piano, che fosse un tavolino basso o una mensola, erano state sistemati con cura centinaia di soprammobili swarovski, completamente coperti di polvere. La cucina era stata occupata da un esercito di sedie e l’unico punto libero era un fornello che a differenza degli altri tre non aveva impilato sopra pentole, frullatori, macchine del caffè, posate e qualche set di bicchieri, il bagno era un museo di saponette, balsami, shampo, creme e gadget igienici di varie catene di hotel, tra pieni e vuoti sono stati contati 1597 flaconi, ma nonostante il tanfo della carne in putrefazione, il corpo non si trovava. Impiegarono tre settimane di lavoro intenso per svuotare quei 140 metri quadri da quell’universo di cianfrusaglie, ciò che non passò dalla tromba delle scale, venne caricato sul montacarichi affacciato alla finestra del salotto e scaricato nel giardino condominiale, in attesa di essere portato via dai tre camion che si alternarono nei lavori.

Si sono raccontate molte leggende su quel trasloco, che in molti si arricchirono trovando veri e propri tesori in quelle centinaia di collezioni, che furono contate più di 2406 tazzine da caffè e 930 paia di scarpe e che nella libreria fosse contenuto il manoscritto originale del Decameron.

L’unica cosa che ancora non è stata scoperta è l’identità di quell’uomo trovato in avanzato stato di decomposizione, in posizione fetale, sotto un letto pieno di coperte e cuscini che non utilizzava più. Nessun documento di identità, nessun familiare, nessun contatto con i vicini, niente che ancora siamo riusciti a trovare su di lui nelle migliaia di cose di cui si era sommerso.

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19. Sofia

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Sofia, annoiata cronica

“A volte la vita è così noiosa che bisogna giocare con la morte per movimentarla un po’ ” Urlava Sofia correndo lungo le mura del bastione di Alghero, verso la sera di un giorno uggioso. Scialle al vento e infradito blu neanche la vedeva tutta quella gente incuriosita che si fermava a riprenderla col cellulare. Correva saltando agile fra quei sassi sconnessi riappacificati dalla calce, mentre la spuma delle onde di sotto le faceva la ola.

Intanto la folla si era divisa fra chi la guardava con ammirazione e chi già mormorava e scuoteva la testa con ampi cerchi nell’aria. Solo che se i primi si limitavano ad ammirarla con l’invidia di chi avrebbe tanto voluto imitarla, senza però averne il coraggio, i secondi quasi gufavano.

Poi Sofia scivoló. Fu un sasso un pò più alto degli altri, le infradito oppure doveva semplicemente andare così, la cosa certa è che Sofia cadde e cadde sugli scogli che sembravano aspettarla di sotto per trafiggerla come una martire.

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18. Tommaso

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Tommaso, il curioso tardivo

Tommaso scoprì l’universo per caso in un lunedì qualunque. Era uscito di casa verso le 6 e 30 in bicicletta per andare a lavoro, dopo una spremuta di melograno e due biscotti ai cereali e come ogni mattina, durante il tragitto, recitava un mantra dietro il bavero del giaccone. Da ateo timoroso si confessava con se stesso e da buon cristiano finiva sempre con un’assoluzione, ma quella volta nella bocca semiaperta masticava altre questioni. Non riusciva a togliersi dalla mente un discorso che aveva sentito, o meglio un frammento di un discorso che aveva ascoltato in quel genere di programmi che di solito non guardava mai e di cui non si ricordava il nome, nemmeno pedalando.

Era appena finita la partita, stava facendo zapping in cerca di qualcosa in cui inzuppare il cervello, quando si era trovato di fronte a questa donna anziana, incontro inusuale per quell’ora in tv. All’inizio fu proprio la visione della vecchia che lo spinse a non cambiare canale, poi sentì le prime parole: “Non sappiamo niente. Quali sono le superfici più vaste che ci circondano? Il cielo e il mare. L’acqua copre il 70% della superficie del pianeta e noi cosa conosciamo degli oceani? Poco, nonostante abbiamo contribuito al loro inquinamento e alla scomparsa di molte delle specie che lo popolavano. E per quanto riguarda l’Universo idem. Conosciamo solo, e in parte, la struttura del 10% della materia che lo compone, secondo recenti stime sarebbe popolato da 2 mila miliardi di galassie, ognuna di queste con milioni o miliardi di stelle, a seconda delle grandezza, e ci sarebbe un sistema solare che conterebbe almeno 7 pianeti simili alla Terra. Tutto il resto, il 90%, lo chiamiamo materia oscura, altrimenti ci salterebbero le tre leggi di Keplero, ma sopratutto ci prenderebbe lo sconforto”. Pubblicità.

Quel suo cervello impigrito dalla routine aveva deciso di riattivarsi all’improvviso, registrando tutte le parole di quel discorso ascoltato per sbaglio e che adesso vagava per tutto il corpo sull’onda delle sinapsi. Pensava a tutte quelle stelle, a quei pianeti lontani, immaginava l’infinito e provava a farselo entrare in testa, i buchi neri, materia che non conosciamo, lo spazio in espansione, ma su cosa? Cosa fa da sfondo all’universo, su che cosa si espande? Cosa accade dentro i buchi neri? E ogni domanda che non trovava risposta veniva seguita da un’altra domanda fino a quando il panico non lo sommerse. Frenò e si fermò a riprendere fiato, si passò il palmo sulla fronte, come a cancellare ogni pensiero e ripartì; poi il turno a lavoro fece il resto, soffocando ogni tipo di pensiero, d’altronde la merce è tanta, ha nomi svedesi e le persone che entrano, molto spesso, non sanno quello che vogliono.

Però quel discorso gli ritornava in testa come un senso di colpa, bastava un attimo, un momento in cui la mente si trovava priva di distrazioni e quel tarlo tornava a rosicchiare. Nonostante tutto passò qualche giorno prima che si decidesse ad affrontare la situazione.

Troppo vecchio per prendersi una laurea in fisica, troppo pigro per aggiornarsi sulle conoscenze umane, troppo povero per un viaggio spaziale, gli parve che l’unica via percorribile per poter colmare un vuoto che per troppi anni aveva ignorato, era quella empirica. Avrebbe dovuto vedere l’universo con i suoi occhi.

Fu così che nacque l’idea del razzo, ma ci vollero più di 4 anni prima che prendesse forma il: Curiosity Home Shuttle, un bozzo metallico da 53 mila euro, tutti i risparmi di una vita, spinto da 6 motori a propano, una pala di elicottero e una turbina elettrica. Sulla punta aveva ricavato una cabina in vetroresina dove era riuscito ad incastrare un vecchio sedile di un motoscafo che aveva equipaggiato con due cinture di sicurezza di una vecchia Ford da rally.

Fra il punto di lancio in mezzo al giardino e lo spazio cosmico c’erano 2500 chilometri, circa cinque strati atmosferici da attraversare senza congelarsi o scoppiare in volo, prima di poter dare un senso a quell’impresa senza ritorno.

Il Curiosity Home Shuttle non venne sottoposto a nessun test e un sabato pomeriggio verso le 15 iniziò le manovre di decollo, mentre tutto intorno il vicinato si era riunito, dietro le staccionate di legno che delimitavano il giardino, per assistere all’impresa.

Dopo 5 minuti abbondanti di rullaggio delle pale il bozzo si sollevò ondeggiando, poi uno ad uno si accesero i motori e, nonostante non fosse previsto, quasi in contemporanea si azionò la turbina. Furono attimi di tensione, poi nel trambusto metallico si fece largo un timido applauso e il Curiosity si allontanò, oltre le nuvole, puntando la troposfera senza indugio, ancora intatto.

Si racconta che si sia schiantato poco dopo, ma nessuno ha mai ritrovato i resti, chi dice che si sia smaterializzato nella termosfera e chi sostiene che ce l’abbia fatta per poi ricadere come un meteorite in mezzo all’oceano Atlantico, ma anche di questo nessuno ha le prove.

 

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17. Francesca

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

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Francesca, scrittrice senza musa

Ho deciso di diventare una scrittrice perché mi piaceva l’idea. Qualche anno dopo non avevo ancora combinato niente che valesse la pena di far uscire dallo schermo del mio pc. Poi mi innamorai di un tizio del circolo dei citazionisti e scoprii che la letteratura di genere si può sempre millantare. Così iniziai a scrivere un giallo, ma dopo pochi giorni venni messa in crisi da una frase di Baricco pronunciata durante una delle sue serate da egoico in teatro. “Chi non sa cosa scrivere, scrive gialli”. Però il mio giallo era già a metà e all’amore per Baricco preferii i gialli.

Scrivevo di atmosfere color pastello che facevano da sfondo ad una pazza sanguinaria che ancora nessuno, in quattro libri, era riuscita a scoprire. Il mio idolo? Non ne ho più.

Un tempo la mia Virginia Woolf era Carlo Lucarelli ed era perfetto, meglio perfino della Woolf. Perché? Perché è un fine giallista e perché i miti che alloggiano nel mio pantheon li preferisco scegliere vivi. Era perfetto, poi tutto si è rovinato per colpa sua.

Erano mesi che cercavo di trovare un rituale per trovare ispirazione, arrivando perfino ad imitare quelli di altri colleghi illustri. Iniziai dal metodo Capote, ma dopo alcune settimane passate in orizzontale nel tentativo di scrivere, bevendo caffè e fumando quanto non ero abituata a fare, mi ammalai di una tosse invalidante che mi tenne ferma a lungo.

Mi ripresi in tempo per la Fiera del libro dove era atteso Carlo Lucarelli ad un incontro dal titolo ‘Come scrivere un romanzo giallo’ e, appena misero in vendita i biglietti, riuscii ad aggiudicarmi un posto in prima fila. Però sentivo che non mi bastava, volevo andare oltre un banale incontro pubblico dove avrebbe ripetuto segreti già detti ad altre platee. E iniziai ad escogitare un piano per riuscire ad avvicinarlo.

Grazie ad un amico fotografo scoprii dove albergava il maestro, un hotel di lusso degli anni Settanta che, non essendo mai stato ristrutturato da allora, adesso cadeva a pezzi. Decisi di appostarmi in macchina, armata di un cuscino da aereo, in attesa che uscisse per andare a cena, ma dopo quasi 4 ore trascorse a guardare le porte girevoli della hall, intuii che il maestro aveva preferito saltare la cena o cenare nel ristorante dell’albergo.

Uscì la mattina successiva, verso le 7 e 30, nonostante il suo discorso fosse atteso alle 14. Lo seguii fin dentro ad un bar dove venne affiancato da un signore basso, con gli occhiali tondi e una chierica spettinata di un bianco nuvola. Non mi feci intimidire e mi misi dietro di loro, in fila alla cassa, sperando di carpire qualche sana abitudine per la creatività o un segreto intimo per richiamare la musa ispiratrice.

“Allora Carlo? Ti vedo in fortissima!”

“Non me ne parlare sono mesi che non mangio come si deve”

“Che dieta fai?”

“Una dieta ferrea tutta basata sulle verdure, ma non è tanto quella. E’ la cyclette! La cyclette fa la differenza”

“E quanto fai”

“Un’ora”

“Un’ora? Ma è tanto. Dove lo trovi il tempo”

“L’ho messa in salotto così la sera quando torno a casa mi metto in tuta e pedalo in salita mentre guardo una puntata di qualche serie tv. Un’ora mi sembra che voli”

Uscii di corsa dal bar e forse qualcuno mi vide, ma non ressi allo shock. La sua immagine in tuta mentre sudava davanti a Modern Family fu troppo forte e mi resi subito conto che non aveva più i requisiti per stare dentro il mio pantheon.

Adesso non scrivo più, mi faccio tante domande inutili e cerco fra i vivi qualche eroe.

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16. Guido

Una storia, corta o lunga che sia, una storia a settimana fino alla fine dell’anno. Una raccolta dal titolo cupo, ma che ben descrive certe scelte che ogni giorno, più o meno consapevolmente, prendiamo e le loro conseguenze, da cui spesso è difficile venire fuori indenni.

Guido, arbitro dalla nascita

Arbitri si nasce, lo si diventa solo se si è particolarmente inclini al masochismo.

Fin da bambino mi sono accorto che far rispettare le regole del gioco mi interessava molto di più del gioco stesso e mentre gli altri si affaccendavano a scegliersi l’un l’altro per fare le squadre, io contavo i passi che dividevano i pali improvvisati delle due porte, pronto ad assumermi il ruolo più delicato.

Con il passare del tempo nulla cambiò e quando, da adolescenti, ci trovavamo per guardare le partite, gli altri si esaltavano davanti alle giocate del beniamino di turno, io guardavo l’arbitro. Non me ne capacitavo come non potesse essere affascinante anche per gli altri, con quella sua divisa diversa da tutti, destinato a inseguire la palla per 90 minuti senza poterla mai toccare.

Un uomo solo dentro al campo concentrato a controllarne altri 22, custode e garante delle regole, una figura senza epica di contorno, con l’unica speranza di rendersi invisibile per non diventare il bersaglio di tutti.

Ecco perché dopo aver fatto il corso e conseguito il patentino, ho iniziato ad arbitrare. Non mi sono mai pentito, neanche di fronte alle minacce che scoccavano da qualche gradinata scalcinata o agli sputi di un dieci improvvisato.

Non mi pento neanche adesso che sento scivolare via la vita sotto ai calci e ai pugni di un’intera squadra su questo campetto terroso senza spalti. Perché per quanto possano picchiare, quello era rigore e tale rimane, anche senza moviola. E poi arbitri si nasce.

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